Lug 022018
 

By Michele Smargiassi

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Quel Catone censore della fotografia moderna che era John Szarkowski, curatore del MoMa dagli anni Sessanta, divideva le fotografie in finestre e specchi, intendendo che alcuni autori le usavano per guardare il mondo, altri per guardare se stessi.

Jeff Wall: Mimic (“Imitazione”), 1982. © Jeff Wall, g.c.

I due manufatti hanno in comune una cosa: chi li guarda non vede il vetro. Anche le due metafore hanno in comune la stessa cosa: puoi vedere o vederti con la fotografia, ma raramente riesci a vedere la fotografia.

Ed è un paradosso, perché se c’è un immaginario che ha cercato pervicacemente di definire se stesso, per tutto il Novecento, è quello della fotografia. L’architettura modernista era ossessionata dalla ricerca dell’essenza dei bisogni dell’uomo. La fotografia modernista, dalla ricerca dell’essenza della fotografia. Ma non l’ha trovata.

Eppure David Campany, saggista e critico americano tra i più attivi dell’ultimo quindicennio, ci garantisce che esistono “voci più articolate, capaci di guardare oltre l’ovvio, di non farsi ingannare dalle distrazioni, di andare al di là della superficie per dirci qualcosa sugli aspetti più profondo del medium”.

E cerca di dimostrarcelo facendo risuonare per noi queste voci, appartenenti a una quindicina di artisti-fotografi, scelti fra i più innovatori, alcuni anzi autentici rivoluzionari dell’immagine contemporanea (William Klein, Lewis Baltz, Stephen Shore, Jeff Wall…).

Un libro di “conversazioni aperte” più che di interviste (con domande spesso molto più lunghe delle risposte), così aperte che il titolo del volume, pubblicato in Italia in prima edizione italiana e inglese, suona quasi come una resa all’impossibilità di stringere fra le mani il suo oggetto di indagine, la fotografia: è lei che è Così presente, così invisibile.

Ottima sintesi. Mai così ubiqua e pervasiva come pratica sociale, la fotografia non è mai stata così sfuggente come oggetto teorico.

Sostiene uno degli intervistati, Daniel Blaufuks, che “quando gli artisti prendono possesso di un medium, è segno che è successo qualcosa!”. È l’antico orgoglio dell’avanguardia intellettuale che precede i tempi e individua le evoluzioni di un linguaggio prima della massa.

William Klein: Scuola per parrucchieri, Tokyo, 1961. © William Klein, g.c.

Il coro di questo libro sembra dimostrare il contrario: quando gli artisti prendono possesso della fotografia, è segno che non capiscono cosa le sta succedendo.

Negli anni in cui la fotografia vive un momento di trapasso antropologico forse unico nella sua storia (da strumento verticale di rappresentazione a strumento orizzontale di relazione), artisti ancora molto immersi nel Novecento (per biografia ma anche per poetica) sembrano attardarsi nella vecchia ricerca della specificità del medium, riuscendo a trovare solo risposte autobiografiche nella propria personale poetica: più o meno sullo schema “cosa può fare la fotografia per me”.

Si legge in trasparenza, in diverse interviste, quello scettiscismo di fondo verso la fotografia come medium che sfugge al controlla autoriale, coltivato dal pensiero europeo del Novecento.

Questo tradisce la presa di distanza di Lewis Baltz quando come tanti altri ripete “non sono un fotografo”: sospettoso che la fotografia voglia prevaricarlo e le intima di stare al suo posto: “Non …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/07/02/david-campany-fotografia-cosi-presente-invisibile-arte/

      

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