Giu 132018
 

By Michele Smargiassi

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Proviamo a fare un esperimento, qualcosa a metà tra un quiz e un sondaggio.

Sebastião Salgado: Kafue National Park, Zambia, 2010. © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Chiediamo a un campione di italiani mediamente informati il nome del fotografo più famoso che conoscono. (Ho detto quelli mediamente informati perché temo che gli altri risponderebbero Fabrizio Corona. Qualcuno a metà strada forse direbbe Oliviero Toscani…).

Bene, azzardo una previsione. La maggioranza delle risposte si polarizzerebbero su due nomi. Uno è Steve McCurry, l’altro è Sebastião Salgado.

E credo sarebbe molto, molto interessante fare l’identikit dei due gruppi, che secondo me sarebbero sociologicamente diversi.

Ipotizzo. Tra i mccurristi troveremmo una prevalenza di chi ama fare foto, tra i salgadiani di chi ama guardarle.

Penso che McCurry sia l’eroe del fotoamatore in cerca di gratificazioni per la propria sete creativa. Mentre Salgado sia l’eroe del fotoamante in cerca di gratificazioni per la propria sete estetica. Il primo pensa “vorrei anche io fare foto così”, il secondo “vorrei vedere sempre foto così”.

Se questa ipotesi è vera, mettiamo da parte McCurry e la mitopioetica del fotografo, e concentriamoci su Salgado e la mitopioetica dello spettatore.

Perché questo credo sia un aspetto fondamentale, ma raramente affrontato, del successo planetario e popolare di Salgado: la costruzione dello spettatore.

In realtà, pur facendo il giornalista da quarant’anni, e occupandomi di fotografia e di cultura visuale da altrettanti, non saprei dire bene quale sia il segreto di quella che viene qui definita “la fortuna di Salgado sulla stampa”.

Possiamo certo ricostruire un po’ di storia di questa fortuna, tracciarne le tappe, la crescita, i momenti culminanti. Temo che potrebbe essere una storia un po’ formale. Meglio cercare di isolare alcuni ingredienti di base che hanno reso possibile questa fortuna.

Certo, una cosa da dire è che questo rapporto fra Salgado e i media ha una sua originalità. Esiste, io penso, un “sistema Salgado”.

Non sto parlando di un’estetica, di una poetica e neppure della filosofia di un autore. Di questo magari parleremo alla fine. Parlo di un meccanismo specifico di produzione e comunicazione di un prodotto intellettuale che, al di là dei giudizi di valore che possiamo avere su di esso, ha indiscutibilmente una grande coerenza interna e una forte durata nel tempo.

In una recente intervista che gli ho fatto, Salgado ha dipinto se stesso e la categoria di fotografi che gli somigliano come lone cowboy, avventurieri solitari. Ma questo per quanto riguarda il momento della esplorazione, della ricerca, della caccia all’immagine.

Lui stesso ha poi confessato che il momento successivo e indispensabile, quello della selezione, della messa in forma e coerenza del discorso fotografico, non può essere altro che un lavoro di scambio, dialettico, di équipe, di rispecchiamento con altri.

Nel suo caso specifico, sappiamo abbastanza bene cosa avviene nel laboratorio di Amazonas Images, la multinazionale a conduzione familiare che produce il lavoro di Salgado.

Non è ignoto il ruolo fondamentale di Lélia Wanick Salgado, che io tenderei a considerare una vera e propria co-autrice del marchio Salgado. Non a caso ho parlato di “sistema Salgado”, qualcosa che supera abbondantemente …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/06/13/salgado-genesi-venaria-torino/

      

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