Gen 082018
 

By Michele Smargiassi

MeninoCopacabanaLandau

Vorrei essere nella testa di questo bambino che, a mollo sulla spiaggia di Copacabana, a mezzanotte dello scorso San Silvestro, rabbrividisce ma resta incantato a guardare i fuochi d’artificio.

Lucas Landau, Celebrazioni di Capodanno a Copacabana © Lucas Landau / Reuters, g.c.

Vorrei esserci, perché la fotografia fa questo alla gente: ci tira dentro le vite degli altri, dentro le emozioni degli altri.

Vorrei ma non posso, perché la fotografia delude così la gente: ci chiama dentro e poi ci lascia fuori.

Non posso e forse non devo, perché non è giusto entrare nella mente degli altri. Comunque, non posso.

E Lucas Landau, il giovane fotografo brasiliano che ha scattato questa immagine, lo sa: “Esiste una verità, ma neanche io so qual è”.

Lo dice perché, quando questa bellissima fotografia distribuita dalla Reuters ha cominciato ad apparire sui media, in tanti e forse in troppi non si sono fermati di fronte a quel “non posso e non devo”.

Leggo sui siti dei giornali brasiliani che si è molto discusso, su questa fotografia, nei giorni scorsi. Le interpretazioni sono esplose come fuochi d’artificio, in decine di migliaia di commenti sui social.

Buona parte di quelli più accesi hanno visto un bambino nero, solo, triste, infreddolito, e hanno provato sdegno, o compassione, o entrambi.

Molti sono andati oltre, scivolando sul piano inclinato dell’iconizzazione, e ci hanno visto l’icona dell’emarginazione razziale dei meninos de rua. Con tutta quella gente vestita di bianco che gli volta le spalle, sullo sfondo, lontani.

“È il ritratto del Brasile di oggi”, “Mostra le diseguaglianze di questo paese”, “È l’immagine della nostra società ipocrita”.

E subito sono arrivate le indignazioni uguali e contrarie, delle associazioni solidaristiche: “Meno stereotipi sui bambini di colore per cortesia!”, “Direste le stesse cose se quel bambino fosse bianco?”.

(Tralascio altri commenti da sindrome social sulla privacy, sullo sfruttamento dell’immagine dei bambini eccetera).

“Una occasione perduta per una discussione seria”, ha commentato amaramente il fotografo André Liohn, sulla cui bacheca ho incontrato casualmente quella foto e la sua storia. Anche se, mi pare, quella esplosione di interpretazioni ha molto a che vedere con la complicata situazione politica e sociale del Brasile di oggi.

Nessuno, ovviamente, al momento sa chi sia quel bambino. “Se qualcuno lo conosce, me lo dica”, ha chiesto sul suo sito Lucas.

Nessuno sa se sia povero o no. I suoi pantaloncini neri legati alla vita non ce lo dicono. Nessuno sa se viva nelle favelas o in un bel condominio, se quella sera fosse andato da solo o con la sua famiglia a vedere i fuochi.

Potrebbe essere, questa fotografia, solo quello che ci mostra: un momento incantato nella vita di un bambino.

Ma le fotografie hanno questo, ho detto. Che non ci lasciano stare tranquilli sulla soglia del senso, anche quando non ce ne aprono la porta.

E allora siamo noi a sentire il bisogno, prepotente quanto inconsapevole, di completare quello che non sappiamo, aggiungendo quello che immaginiamo di sapere. Quello che le nostre idee preconcette ci fanno credere di sapere.

In qualche modo, siamo obbligati a farlo dalla …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/01/08/lucas-landau-copacabana-bambino/

      

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