Lug 062018
 

By Michele Smargiassi

Azoulay

Il bello è nemico del buono? Se rileggiamo qualche decennio di colta critica della fotografia, si direbbe di sì.

“Troppo bella questa foto” è un’accusa paradossale, eppure chi non l’ha mai pronunciata a proposito di una fotografia di guerra, o di miseria, o di catastrofe?

Questo genere di accusa si chiama estetizzazione del dolore ed è uno dei lasciti più ingombranti di quella pensatrice, Susan Sontag, a cui dobbiamo molto, ma che per essere arrivata fra le prime a “culturalizzare” la fotografia, diciamo così, ha dettato alcuni comandamenti che sono sembrati, per decenni, indiscutibili.

Uno di questi, appunto, è il dilemma manicheo fra etica ed estetica. Dove c’è una, l’altra soffre. Ma è davvero così? Uso spesso, per liquidare in fretta qualche discussione social, una frase di quel grande fotografo, intellettuale ed aforista che è Ferdinando Scianna: “Se fai una brutta foto a una cosa brutta, dopo hai due cose brutte che impestano il mondo”.

A molti dogmi della Torah-Sontag ha replicato qualche tempo fa Susie Linfield, soprattutto però sulla questione del diritto di sguardo e della cosiddetta anestetizzazione delle coscienze.

Ma su questo punto difficile, l’incompatibilità fra estetica e politica, credo di non aver letto nulla di così convincente prima di Ariella Azoulay e del suo Civil Imagination finalmente tradotto in italiano (ma il titolo no, chissà perché: immaginazione civile andava benissimo).

Azoulay è una studiosa israeliana che ora vive in Usa, fortemente schierata per i diritti del popolo palestinese, una scelta che attraversa fortemente i suoi scritti e le fornisce buona parte del materiale di studio su cui elabora le sue teorie di rottura sul fotografico.

Per esempio, la fotografia che campeggia in copertina, di Aisha al-Kurd, madre palestinese spossessata della sua casa e detenuta per mesi dal governo israeliano, volutamente ritratta con suo figlio in braccio, nel 1988, dal fotografo israeliano Micha Kirstner, in una composizione classica e pittorica. Una foto “troppo bella per essere politica”, secondo molti. Persino secondo la stessa giovane Ariella agli inizi della sua carriera di studiosa.

La revisione di quel giudizio è il cuore del cuore di questo libro. Quell’opposizione tra estetico e politico è una trappola, dice la Azoulay matura. E non solo perché, come è facile dimostrare, qualsiasi immagine possiede un’estetica. Ma perché quella distinzione è, di fatto, figlia di una concezione reazionaria dell’arte, e verosimilmente anche della politica.

Chi sostiene che l’artisticità di una fotografia esclude la sua politicità è la stessa persona che pensa che non si dovrebbe mischiare l’arte con la politica. Sostanzialmente, è chi difende l’arte come recinto sacrale distinto e opposto al mondo dei conflitti umani.

Ma la fotografia, e questo è il cuore della rilettura di Azoulay, non è un’opera. Nessuna foto è semplicemente la realizzazione del progetto mentale di un artista.

La fotografia è un evento, e ogni fotografia è la superficie su cui è registrato l’incontro fra i presenti a quell’evento. Ma quell’evento prosegue oltre il momento dello scatto, coinvolgendo altre persone, e potenzialmente non finisce mai finché ci sono persone che vi aggiungono la propria partecipazione differita. la …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/07/06/ariella-azoulay-civil-imagination-etica-estetica-fotografia/

      

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