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Feb 092018
 

By Michele Smargiassi

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Scendendo le scale scricchiolanti della Maison Européenne de la photographie, tempio dedicato alla fotografia dalla città che la donò al mondo, alcuni visitatori forse hanno pensato a un gioco concettuale.

Nino Migliori, da “Paesaggi immaginati. I luoghi di Morandi”, 1985. © Fondazione Nino Migliori

Oppure che esistano più fotografi italiani che curiosamente si chiamano tutti Nino Migliori, vissuti in epoche diverse ma mescolati in una sola esposizione: un neorealista, uno sperimentatore off-camera, un concettuale, un surrealista, un modernista… Anche le prime recensioni di questa sua retrospettiva parigina, La matière des reves, registrano con ammirato sconcerto questa eccedenza inspiegabile in una sola carriera artistica.

Sconcerto che aumenta alla lettura dei cartellini, le cui date stabiliscono che le immagini astratte dei Pirogrammi, Cellogrammi, Idrogrammi non vennero dopo i reportagesocio-antropologici, fra la Gente del Delta o la Gente del Sud, ma erano contemporanei: che insomma quel magmatico alternarsi di stili non è spiegabile neppure come la progressione delle “maniere” di un creatore, dagli esordi realisti alla maturità informale.

Sì, nel 1948 Migliori poteva salire in cima alla torre degli Asinelli della sua mai abbandonata Bologna, scattare, tornare a casa, e in camera oscura stampare sia un paesaggio in plongée di stile fotoamatoriale, che un fotomontaggio in sovrimpressione che ricorda i cubisti o Paul Citroën.

Anche oggi, novantaduenne patriarca dell’immagine tecnologica, singolare, inclassificabile, mai affiliato a scuole o correnti, Nino Migliori rimane paradossalmente fedele alla poligamia espressiva che lo ha portato a lavorare per settant’anni con tutti i materiali, gli strumenti, i linguaggi del fotografico, dalle alchimie in bacinella agli istogrammi di Photoshop.

Fedele alla coerenza di un desiderio che è ancora quello dei suoi vent’anni, quando da ragazzo bulimico di vita, dopo esserne stato adolescente derubato dalla guerra, usava la fotocamera per entrare nella vita della gente comune, ma s’intrufolava anche negli studi dei pittori, facendosi presentare a uno dall’altro, riuscendo dopo qualche anno a sbarcare a Venezia, con il coraggio di bussare alla porta di Peggy Guggenheim, la sorpresa di vedersela aprire, lo choc di trovarsi di fronte al suo primo Pollock. E la sensazione di aver capito la sua strada.

Nino Migliori, da “Gente dell’Emilia”, 1957. © Fondazione Nino Migliori

Il desiderio era quello: di fare con i mezzi e i materiali della fotografia ciò che vedeva fare da loro, gli artisti che tendevano trappole alla forma sgocciolando vernice, tagliuzzando la tela o mettendo a seccare fango, gli artisti dell’azione contro la contemplazione. Oggi i collezionisti americani stravedono per le sue fotografie “neorealiste”, i bambini che saltano giù dal muro, le tre vecchiette che parlano con le mani: fraintendendole.

Perché il posto di Migliori nella storia della fotografia, che finalmente la presentazione d’onore parigina gli riconosce, è precisamente quello di chi ha contestato, demolito la contrapposizione di scuola tra formale e informale, realismo e astrattismo, tradizione e sperimentazione. Nessun pentitoiconic turn per lui, nessun “ritorno alla …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/02/09/nino-migliori-maison-europeenne-photographie-parigi/

      

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