Mag 182018
 

By Michele Smargiassi

Gualdi1
Perché è la gente che fa la Storia
Quando è il momento di scegliere
E di andare te la ritrovi
Tutta con gli occhi aperti
Che sanno benissimo cosa fare
Francesco De Gregori, La storia siamo noi

Nel maggio 1937, un giovane fotografo francese di nome Henri Cartier-Bresson, che sarebbe diventato un gigante della fotografia del Novecento, fu mandato dalla rivista Ce Soir a Londra per realizzare un reportage sull’incoronazione di Giorgio VI.

Giunto lassù, si rese conto che per fotografare l’evento mondiale avrebbe dovuto fare come tutti gli altri fotografi, e tornare a casa più o meno con le stesse fotografie di tutti gli altri fotografi.

Decise allora di fare una cosa rischiosa, per un fotogiornalista. Quasi scandalosa, in realtà. Un’infrazione ad ogni deontologia professionale. Decise di girarsi dall’altra parte.

Non fotografò la cerimonia, i cortei, l’aristocrazia, le personalità. Fotografò la gente comune che guardava l’evento. Scelse di leggere l’evento sui loro volti.

Le fotografie dei suoi colleghi, oggi hanno un valore storico e documentario, ma non le guarda quasi più nessuno. Il reportage di Cartier-Bresson è diventato un classico.

Siamo abituati a pensare al fotogiornalismo moderno, che nasceva proprio in quegli anni con con la guerra di Spagna, come alla pittura storica di battaglie: ci aspettiamo immagini che mostrino il cuore dell’evento che si squaderna di fronte ai nostri occhi nel suo culmine e nella sua pienzza di significato, perfettamente composto e comprensibile.

Pensiamo che un fotogiornalista debba essere come un pittore di ex voto che in una tavoletta concentra tutta una sotira e il suo significato: il pericolo l’invocazione la salvezza. Più laicamente siamo forse rimasti fermi alle copertine della Domenica del Corriere dove Walter Molino, senza aver visto nulla, ma solo letto o ascoltato, riassumva un’intera storia in una tavola sola.

Ma la fotografia questo non lo ha mai fatto. Non lo sa fare. Coglie momenti veri, ma quasi sempre inspiegabili, isolati, frammenti senza connessione. A meno che.

A meno di non rinunciare all’impossibile sintesi. E ricavare dai frammenti qeullo che solo la fotografia sa scoprire. Che la storia, come l’albero che cade nella foesta, non esiste se nessuno la guarda, se nessuno reagisce. Che la storia non sarebbe la storia, resterebbe immobile a girar su se stessa se qualcuno non reagisse, eproducesse con la sua reazione un altro contesto, un piano inclinato in cui la storia si mette a acorrere, sucscitanod latre reazioni che creano altri scenari eccetera eccetera.

Quella storia di azioni e reazioni la possiamo leggere, queta sì, sui volti e nei gesti di chi la storia la vive e lafa. Chi guarda la storia e reagisce non è più uno spettatore passivo, è un attore. La storia non è uno spettacolo, e un copione che si recita all’impronta. A Bilbao, Robert Capa non fotografa l’idea della guerra civile. Fotografa la paura dei bombardamenti nei volti di una madre che tiene per mano un bambino. Quella è la fotografia di una guerra civile.

Molti anni più tardi, nel settembre 1964, un giovane fotografo toscano di …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/05/18/romano-gualdi-modena-aldo-moro-assassinio-manifestazione/

      

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