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Apr 112018
 

By Michele Smargiassi

Collegno

Primo ritaglio.

Mauro Vallinotto, Collegno, 1968. © Mauro Vallinotto

Un lettino di ferro con le sbarre bianche e un corpo nudo, quello di una bambina tra i sette e i dieci anni. Che è una femmina, si capisce solo dal taglio tra le gambe unite e tenute ferme da una cinghia di contenzione. Anche le braccia sono legate alle sponde con due strisce di tela e tutto il peso del corpo si regge sui gomiti. Dietro la schiena, un cuscino macchiato e sotto il sedere, una tela cerata. Nell’angolo in fondo a destra si intravede un materasso a righe. Poi c’è il buio.

Secondo ritaglio.

E allora, anche il capo reclinato della bambina, coi suoi capelli quasi rasati, diventava un pezzo di quella drammatica composizione che si completava con i piedi uniti e le caviglie strette da altre cinghie. Quale fosse la composizione era chiaro: una crocefissione. La testa piegata verso il petto, come il Cristo in croce; le braccia larghe, i piedi uniti. Al posto del legno, il ferro del letto, ammorbidito appena da un materasso, ma se il Cristo avesse avuto diritto a quel residuo di pietà che, con lo straccio, gli aveva coperto i lombi, la bambina era stata rappresentata nella sua più indifesa nudità.

Sono due descrizioni di una immagine attraverso parole. Sono due ekphrasis, direbbero i greci antichi. Sono due descrizioni della stessa fotografia. Apparse su due libri diversi, quasi contemporaneamente, quasi cinquant’anni dopo che quella fotografia vide la luce.

Il primo ritaglio viene da La prima verità, di Simona Vinci, uscito nel 2016. Il secondo da Quello che l’acqua nasconde di Alessandro Perissinotto, uscito pochi mesi dopo.

Nessuno dei due scrittori sembra aver saputo nulla del testo dell’altro. Nessuno dei due scrittori cita nel brano chi scattò quelle fotografie. Vinci ammette anche di non aver saputo nulla, a lungo, delle circostanze, del luogo, del contesto di quella foto.

Credo che Mauro Vallinotto, il fotografo che la scattò, reporter militante e oggi attento analista di immagini, non sia affatto irritato da questa sua eclisse di autore. È la prova che quell’immagine è diventata patrimonio della coscienza civile di un paese intero. Lo ricorderà da domani una mostra, al Castello di Rivalta, Torino.

È la prova che quella sua fotografia fu chiamata dalla storia a fare il suo lavoro. È la dimostrazione che esistono immagini necessarie, a cui un fotografo consapevolmente consente di esistere.

Fu pubblicata sul paginone centrale de L’Espresso, nel numero del 26 luglio 1970. Sotto il titolo dolorosamente sarcastico Ma è per il suo bene!

Il caso Villa Azzurra era scoppiato da alcuni mesi, parte di un crescente allarme per le condizioni dei ricoverati negli ospedali psichiatrici di Torino.

Vallinotto riuscì a entrare nel reparto B di quell’istituto, collegato al più noto Ospedale Psichiatrico di Collegno. Di quel giorno, oggi conserva

un ricordo che il tempo ha molto stemperato: era l’inizio di luglio, faceva molto caldo (ecco anche un motivo del perché …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/04/11/mauro-vallinotto-manicomi-basaglia-torino-villa-azzurra/

      

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