Lug 092018
 

By Michele Smargiassi

Meyerowitz1

Pubblico il testo integrale della conversazione che ho tenuto lo scorso 6 luglio a San Vito al Tagliamento su Joel Meyerowitz, in occasione della sua mostra Prendendomi tempo e del premio Friuli Venezia Giulia Fotografia 2018, a cura del Comune di San Vito e del Craf di Spilimbergo.

Joel Meyerowitz: New York City, 1975. © Joel Meyerowitz, g.c.

Dobbiamo immaginare il piccolo Joel Meyerowitz a passeggio con il papà, nelle strade del Bronx, alla fine degli anni Quaranta, in una New York già metropoli di contraddizioni, in un’America sospesa fra il sollievo del V-Day e la guerra fredda, alle soglie del maccartismo e della grande sfida antirazzista.

Quel bambino attorno ai dieci anni, con i capelli neri arricciati, di tutto questo forse sapeva poco. Ma il Bronx era una grande scuola. “Offriva lezioni quotidiane di divina commedia e di tragedia umana”, scrive in una autobiografia.

Ma era un bambino curioso. Il padre lo educava alla curiosità. Era un padre decisamente originale, il signor Hy Meyerowitz. Un ex pugile, che al figlio consigliava: se i bulli ti mettono in mezzo, tu cerca di buttare giù quello più grosso. Ma anche un ex comico da vaudeville, un ex camionista, un ex venditore ambulante. Il tipo di papà che un bambino americano di dieci anni nel dopoguerra ammira come un dio.

Gli dedicherà, molti anni dopo, Pop, un film on the road che coinvolge tre generazioni: Joel, suo padre, suo figlio.

In quelle passeggiate, Hy non consentiva a Joel di guardarsi la punta delle scarpe. Senza dirgli molto, ogni pochi minuti lo scuoteva: “ehi guarda lì”!, oppure “stai attento adesso, vedrai che succede qualcosa”.

E succedeva. Immancabilmente “accadeva qualcosa di divertente”. Era un mago, papà Hy? No, era un uomo della strada, e sapeva che nelle strade succede sempre qualcosa. Basta aspettare. Basta guardare.

Camminando, ma questo lo fanno tanti bambini, il piccolo Joel faceva a volte scorrere distrattamente le dita sul muro che stava costeggiando. Così, una lunga carezza agli intonaci, alle crepe, alle vetrine. Leggeva l’ambiente con le dita. “E avevo sempre qualcosa fra le mani”, racconta, “amo le sensazioni”.

(Tutte le citazioni di Meyerowitz provengono da suoi scritti, interviste, conferenze pubbliche e da una mia conversazione privata con lui, qualche anno fa, a Bologna).

Che cosa abbiamo qui, allora? Un bambino del Bronx che deve cavarsela dai bulli. Un bambino che impara a guardarsi attorno e a sentire che cosa ha attorno, come una fiera nella giungla.

Per sopravvivere nella realtà, devi guardarla e toccarla. Prima ancora di capirla. Sarà lei a farti la sorpresa.

Questo per me è Joel Meyerowitz. Non saprei dare di lui una definizione da Wikipedia, che so, “uno dei maggiori fotografi americani del ventesimo secolo” o “padre fondatore della street photography“. Sono etichette che non riescono a stargli appiccicate addosso.

Se vogliamo inseguire Meyerowitz lungo gli ottant’anni della sua vita, da poco compiuti, ci accorgeremo che Meyerowitz è un fotografo mutante. Come un anfibio, ha sentito il costante bisogno di cambiare …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/07/09/joel-meyerowitz-san-vito-tagliamento-craf-friuli-fotografia/

      

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