Lug 132018
 

By Michele Smargiassi

Rizzoli1

Fotografata di profilo la ragazzina col corsetto correttivo, quasi una bambina, ha il volto curiosamente coperto da una maschera di carnevale. Una mascherina nera, veneziana, una specie di domino, ma che copre anche il naso.

Courtesy Videoinsight® Foundation / Istituto Ortopedico Rizzoli

Courtesy Videoinsight® Foundation / Istituto Ortopedico Rizzoli

Chissà come c’era arrivata, una mascherina veneziana, nel laboratorio fotografico dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, in un anno imprecisato degli ultimi venti del’Ottocento.

Forse apparteneva a un medico, forse al fotografo. Non dobbiamo sforzarci molto, invece, per immaginare a che cosa servisse.

Era il fragile schermo del pudore. Il corpo della ragazzina è molto più esposto di quanto consentissero i canoni di pudore e ritegno dell’epoca. In una delle fotografie della stessa serie, verosimilmente la stessa bimba compare nuda dalla testa fino all’attaccatura delle natiche.

Chissà cosa le dissero, i dottori. Che quella foto sarebbe servita solo per scopi scientifici, che nessun estraneo l’avrebbe vista, ma se ti senti a disagio, tieni, metti questa.

Chissà se avrebbe potuto rifiutare. I diritti del malato, nell’Ottocento, non erano poi così tutelati. Il paziente era un destinatario passivo di cure, il medico un dominus indiscutibile.

Guardo questa fanciulla senza nome, che offre il corpo alla scienza (o glielo prendono, senza chiedere). Non decifro la sua espressione, ma da quel che resta visibile sembra neutra, paziente, come quella di chi si sottopone a una visita medica.

Questa fotografia, tuttavia, probabilmente non servì alla diagnosi della sua salute. Non direttamente, diciamo. È una delle tante che venivano commissionate dalla direzione di quell’ospedale, pioniere delle cure ortopediche in Italia, ancora oggi all’avanguardia, a titolo di documentazione e verifica.

Non era fatta perché io la vedessi. Se la posso vedere, è perché da quel contesto discorsivo è stata prelevata, per essere inserita in un altro. Non meno impregnato di potere. Il circuito dell’artificazione.

Trovo questa immagine in un volume, catalogo di una mostra patrocinata dal Servizio Sanitario dell’Emilia Romagna. Raccoglie diverse decine di immagini conservate negli archivi storici del Rizzoli.

Il cui fondatore eponimo, il chirurgo Francesco Rizzoli, nel 1875 donò una parte del suo patrimonio personale per creare un luogo specializzato nella cura delle deformazioni fisiche. Che in quell’Italia arretrata e contadina non erano un problema di traumi, come oggi, ma di povertà: rachitismo, cattiva alimentazione.

Ma questo libro parla un’altra lingua. Viene pubblicato in nome della bellezza. Il suo titolo enfatico è Sublime. Quale bellezza? Quella “del corpo e della vita che possono emergere con forza anche in situazioni, quelle delle deformazioni scheletriche, in cui questo sembrerebbe impossibile”, ci spiega la direttrice scientifica del Rizzoli di oggi, MariaPaola Landini.

Ma sì, il volto della ragazzina, e quelli delle sue colleghe di posa, alcune più adulte, alcune mascherate alcune no (meno pudore, meno scrupolo?), sono graziosi, sereni. La loro malattia non ne pregiudica la vita, solo un po’ la qualità della vita. Uno spazio per la bellezza, nelle loro esistenze individuali, ha potuto esserci. Ma quali emozioni provassero, questo non lo sappiamo.

Quale bellezza riempisse la loro vita reale, temo che a questo libro …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/07/13/sublime-fotografie-istitituo-rizzoli-ortopedia-arte/

      

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