Giu 272018
 

By Michele Smargiassi

Goldblatt

Aspettò un decennio, dopo la fine dell’apartheid, prima di riuscire a liberare la pelle delle sue pellicole dal contrasto dei bianchi e dei neri.

David Goldblatt (Francos Guillot / Afp)

Intersections, del 2005, dopo oltre cinquant’anni di lavoro, fu il primo libro a colori di David Goldblatt, gigante della fotografia sudafricana e planetaria, quietamente scomparso lunedì scorso a Johannesburg, all’età di 87 anni. Il colore lo imbarazzava.

Dieci anni dopo la vittoria di Nelson Mandela, sentiva ancora “un senso di colpa” ogni volta che fotografava qualcosa “che non avesse relazioni con la lotta”.

Ma non era mai stato un militante. Anzi. I suoi colleghi più giovani, gli antirazzisti fotografi del rotocalco Drum, gli spericolati ragazzi del Bang-Bang Club, quotidianamente in mezzo alle pallottole delle rivolte nelle township, lo rimproveravano neanche tanto velatamente di evitare “la lotta”, di fotografare scene dove “non succede nulla”, ritratti, momenti quotidiani della vita dei bianchi e dei neri, la domenica in chiesa, la visita dall’oculista, la fermata d’autobus.

Peggio, fotografare un bianco che falcia l’erba del prato di casa, mentre laggiù massacravano i colored. Lui rispondeva, in coscienza: “Le cose che accadono per me sono meno interessanti delle condizioni per cui accadono”.

Era un bianco. Ma un bianco “sbagliato”, anche per il Sudafrica. Discendente di immigrati dalla Lituania, partiti alla fine dell’Ottocento per fuggire le persecuzioni anti-ebraiche. La carnagione chiara non gli servì a molto quando un bullo, alle scuole elementari, lo apostrofò “maledetto piccolo ebreo”. Viveva fra due mondi, in un paese dove ogni differenza era un conflitto.

Abitava a Randfontein, villaggio minerario. Le file di minatori che s’infilavano nelle viscere della terra era il suo spettacolo quotidiano, quando pedalava verso la scuola. Fotografava già, per gioco, per annotare il profilo dei bastimenti da cui ricavava i suoi amati modellini.

Cominciò a fotografare anche quel che vedeva dal sellino della bici. La fotocamera, una Contax, l’aveva portata a casa dalla guerra il fratello Dan. Più tardi scenderà in miniera con quegli uomini.

Aveva studiato economia, ma scelse di diventare fotografo. Di vivere come fotografo. Il suo primo datore di lavoro, per la verità, lo noleggiò come disturbatore. Doveva impallare la visuale dei concorrenti, per lasciare al suo capo le foto buone e vendibili.

Vendette il negozio di vestiti del padre. Provò a cavarsela. Non voleva fare solo lavoro commerciale, ritratti e foto industriali.

Ma nel dopoguerra non era facile vendere foto ai giornali, il britannico Picture Post gliene comprava qualcuna, lui girava cercando soggetti. Un gigantesco nero sulla scalinata della stazione poteva andare, ma prima che potesse scattare il poliziotto mandò indietro l’uomo bruscamente: “qui è solo per europei!”. Era il 1950. Nella testa di David, il bullo di scuola e il poliziotto si sovrapposero. Fece la sua scelta delle armi. Avrebbe raccontato un paese razzista.

Tutto quanto. Uomini e cose. Perché era convinto che il razzismo fosse una struttura, non una stortura. Fare modellini di vani e di case lo aveva allenato a osservare. In The Structure of Thing Then mostrò che le case dei neri erano diverse dalle case dei banchi, anche …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/06/27/david-goldblatt-apartheid/

      

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