Mag 162018
 

By Michele Smargiassi

BeaubourgRED

Nella notte del 28 luglio 1831, a Parigi, durante i festeggiamenti per il primo anniversario della monarchia borghese, un cittadino espose per strada il proprio ritratto di fianco a quello di Luigi Filippo, aggiungendo questa didascalia: “Non c’è distanza fra Filippo e me: lui è il re-cittadino, io sono cittadino-re”.

Non erano fotografie, ovviamente. Perché il mondo venisse a conoscenza dell’invenzione della fotografia dovevano passare ancora otto anni.

Ma la fotografia covava sotto la cenere. Quando Walter Benjamin trovò questo aneddoto in un volume di Jean Jaurès, lo trascrisse e lo mise da parte, penso io, perché gli sembrò una straordinaria anticipazione di quella che pochi anni dopo era già definita “democrazia fotografica”.

Queste due paroline, fotografia e democrazia, continuano a girarsi attorno come Terra e Luna da quasi due secoli. Un’attrazione fatale. Orbitale.

Sembrava un’evidenza. Già pochi anni dopo l’invenzione, quella un po’ saccentina aristocratica pioniera della foto-filosofia di nome lady Elizabeth Eastlake sosteneva che saper fotografare ti fa entrare di diritto in “una specie di repubblica dove basta essere fotografi per sentirsi fratelli”.

Ma prima ancora, nel 1841, dall’altro lato dell’oceano, un ribelle come Ralph Waldo Emerson aveva proclamato il ritratto fotografico “vero stile repubblicano di pittura”, giacché “se quel che vien fuori è la tua brutta faccia, il responsabile sei solo tu”.

Entrambi, va detto, contraddetti vigorosamente nel 1867 dallo scrittore francese Jules Barbey D’Aurevilly, aristocraticamente disgustato da “questa democrazia del ritratto, brutale e menzognera, quest’arte da quattro soldi messa a disposizione della vanità accattona di un secolo di venditori ambulanti e di negozi a buon mercato”. Ma il buon Jules era, appunto, un reazionario.

Da noi, stesso entusiasmo. Paolo Mantegazza, scienziato pioniere della neurologia italiana, ma anche fotoamatore appassionato, inaugurando la prima seduta della Società Fotografica Italiana a Firenze il 26 maggio del 1889, declamò: “La fotografia possiede un altro pregio preziosissimo, quello di essere democratica”, nel senso di “alleata della vera democrazia, quella cioè che tende a innalzare chi sta in basso, non già ad abbassare chi sta in alto”; e questo poiché “con pochi soldi permette a tutti di conservare le fisiche sembianze della persona più cara, ciò che una volta non era concesso che ai grandi signori”. Nella prefazione a un libro dell’amico Carlo Brogi si spingerà addirittura a definire la fotografia “vero e sano socialismo”.

“La fotografia artistica risponde meglio di qualsiasi altra arte grafica alle speciali esigenze di una società democratica e livellatrice come la nostra”, scrisse il protocritico fotografico Sadakichi Hartmann visitando lo studio di Edward Steichen nel 1903. Eppure, furono i grandi fotografi quelli meno propensi a rilasciare patenti di democrazia al loro spesso medium di elezione.

Il pontefice massimo della fotografia moderna, Alfred Stieglitz, conservò una speciale avversione nei confronti della “fatale facilità” della fotografia. Da Henri Cartier-Bresson a un poeta amico di fotografi come Jacques Prévert corre una vena di diffidenza verso la “apparente” democratizzazione dell’immagine. Qualcuno ricordò che il primo accesso del popolo minuto al diritto di lasciare il proprio ritratto ai posteri fu concesso sì dalla fotografia, ma da quella scattata sul letto …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/05/16/fotografia-democrazia-politica/

      

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