Lug 042018
 

By Michele Smargiassi

LiraMutazioni

Il brecciolino che scrocchia sotto i polimeri tecnologici degli scarponcini griffati forse faceva lo stesso rumore sotto le suole mal cucite degli alpini, cent’anni fa.

Daniele Lira, Mutazioni, © Daniele Lira, g.c.

A pensarci bene, potrebbero essere le stesse schegge di dolomite che micidiali volavano per aria quando cadeva la granata. Il sentieri della pace, questi cinquecento chilometri tra il passo del Tonale alla Marmolada, incrocia e ricopre i sentieri di guerra, è cambiato il nome, la storia rimane.

Non hanno dovuto fare archeologia, i cinque fotografi e videomaker che Giovanna Calvenzi ha riunito in un team di racconto visuale, Cent’anni dopo, ricordi di guerra, sguardi di pace. Sì, certo, sono tornati i prati, come immaginava la disperazione fatalista del fantaccino nell’ultima scena di quel film di Ermanno Olmi.

“Questi bei prati, densi di magnifico foraggio e infiorati dall’estate, sono dilaniati dalla guerra”, li compiangeva Carlo Emilio Gadda. La natura rinasce, a differenza dei corpi umani. Ma i prati della pace non hanno ricoperto tutto. Non hanno cancellato le ferite. Il segno dell’uomo armato sul paesaggio disarmato è ancora visibile.

La Grande Guerra fu in fondo anche questo, una gigantesca, impietosa antropizzazione della natura, quella allora così inaccessibile delle vette e delle nevi. La prima guerra tecnologica, la prima guerra della grande industria dell’acciaio, vomitò quantità spaventose di prodotti lavorati mortali su quei pendii.

Ancora oggi non è difficile trovare bossoli e schegge di granata, è come se le ferite mal chiuse suppurassero ancora. I gestori dei rifugi sul Lagorai o sull’Ortigara ne fanno piccoli musei sugli scaffali fra le grappe e il cartello dei gelati.

Più difficile era scegliere. Cosa guardare, cosa mostrare. La risposta è sulle pareti di Palazzo delle Albere, a Trento, in questa esposizione di 162 fotografie e alcuni video.

Una mostra che pensa e parla a chi la vede oggi, dalla tranquillità delle escursioni e dei picnic. Un tentativo esplicito, nel centenario del massacro di massa, di ricordare e ribaltare la guerra in pace, e magari in turismo. Meglio, molto meglio i trekking delle tradotte, no?

Hanno scelto, ciascuno secondo la propria cultura esperienza storia biografia. Giulia Bianchi, fotografa di magazine con intrecci tra femminismo e memoria, scopre l’architettura offensiva e difensiva in quattro forti austriaci (sì, lì abitava “il nemico” che pochi mesi dopo sarebbe diventato un cittadino italiano – chi è il nemico lo decide chi ha il potere sulla storia, ma la storia cambia idea spesso); poi interroga gli oggetti, gli accessori della battaglia che ora, in bacheca al Museo della Guerra di Rovereto, sembrano l’affascinante corredo di riti tribali di cui non conosciamo più la funzione e il significato.

Paolo Ventura, da Morte e resurrezione II, 2018, © Paolo Ventura, g.c

Luciano Gaudenzio, viaggiatore fotografo, ha letto con gli occhi e scritto con le parole il suo diario di camminata sul sentiero. Pierluigi Orler quelle montagne le preferisce innevate e piene di sciatori, ma questa volta ha percorso la terra nuda, in cerca di tracce, scritte, pietre squadrate, gallerie.

Daniele Lira, fotografo e …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/07/04/grande-guerra-trento-garda-lira-bianchi-orler-colla-gaudenzo-ventura/

      

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