Gen 092019
 

By Michele Smargiassi

PortaPia

Abbiamo un problema con le proposizioni articolate. Fotografie della storia, fotografie per la storia, fotografie dalla storia, fotografie sulla storia…?

Gioacchino Altobelli, Presa di Porta Pia, 1870

Basta questa incerta giostra per capire come sia complesso e scivoloso il rapporto fra le immagini e la storiografia.

Al punto che ogni volta che uno storico cura un libro di storia per immagini (o forse con immagini, di immagini, molto raramente sulle immagini, come dirò…) si sente tenuto a premettere una qualche spiegazione, che diventa a volte una giustificazione piena di cautele e di istruzioni al lettore.

Cosa che non è ritenuta necessaria nei tradizionali libri di storia, dove lo storico non si diffonde in lunghe spiegazioni metodologiche sull’uso delle fonti.

Di fronte alle immagini, dunque, lo storico si sente a disagio, si copre le spalle, si discolpa in anticipo. Vorrei allora dire che la fotografia della storia non esiste. Come non esiste il documento della storia. Esiste l’uso storiografico della fotografia, come del documento.

Tutti i documenti, e le fotografie non fanno eccezione, sono nella storia, e diventano della storia solo nel preciso momento in cui vengono letti come fonti per scrivere la storia. Lo so che questo sembra una banalità, che dovrebbe essere sottinteso, come dire che una riga si legge da sinistra a destra.

In effetti la questione dei modi per garantire un corretto uso della fotografia come fonte per la storiografia non dovrebbe nemmeno porsi per uno storico serio. Dovrebbe semplicemente far parte della sua cassetta degli attrezzi la consapevolezza che la fotografia deve essere trattata come tutte le fonti, con attenzione critica e scientifica, e anche come una fonte particolare che ha sue caratteristiche specifiche di linguaggio visuale che occorre conoscere se non si vuole esserne ingannati.

Non vorrei essere troppo polemico, o presuntuoso, né generalizzare, e mi scuserete se dirò il peccato ma non i nomi dei peccatori, non mi interessa aprire polemiche personali, ma discutere un atteggiamento purtroppo comune e diffuso.

Del resto ci sono eccezioni virtuose sempre più frequenti, per una volta vorrei dire che l’espressione “esclusi i presenti” non è un’ipocrita forma di cortesia, ma una eccezione è seduta qui al tavolo con noi, vi invito a leggere i libri di Gabriele D’Autilia, magari cominciando con il suo recentissimo La guerra cieca che è un eccellente esempio di come si possa e si debba studiare la fotografia nella storia, la fotografia come attore della storia.

Sono però abbastanza certo, parlando da giornalista di formazione storica e da lettore avido di libri di storia, che sia la competenza generale che soprattutto la cautela particolare nell’uso delle fonti visuali siano troppo spesso mancate nell’uso concreto che gli storici hanno fatto delle fotografie.

Ma credo anche di comprendere il perché. Le fotografie sono un oggetto culturale scivolosissimo. Dietro un’apparenza di semplicità, leggibilità e trasparenza nascondono abissi di ambiguità, polisemia, equivoco. Non sono documenti semplici.

Gli storici sono abituati agli oggetti complessi, quando si tratta di fonti come e tuttavia atti notarili, lettere diplomatiche, corrispondenze private. Ma le fotografie sono oggetti …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2019/01/09/fotografia-storia-storiografia-fonti/

      

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