Giu 042018
 

By Michele Smargiassi

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Gira gli occhi lentamente nel grande catino di stucchi e velluto. Si direbbe con una certa soggezione. “Mai stato qui prima. Non sono un appassionato di melodramma, ma tutti abbiamo qualche aria nella memoria, Verdi, Wagner…”. Steve McCurry alla Scala di Milano è come un incontro al vertice: il fotografo più conosciuto del mondo nel teatro più conosciuto del mondo. Lo aspettano, in una sala tutta specchi, una ventina di studenti dell’Accademia Teatro alla Scala, tutti aspiranti fotografi di scena del corso diretto da Roberto Mutti. Terrà una lectio magistralis, ma è lui che fa domande a loro, come un principiante: “Potete avvicinarvi agli attori? Vi lasciano salire sul palco? Neanche durante le prove? No? E come fate a cercare il vostro punto di vista?”. Più tardi, in una pausa del lavoro, accetta di raccontarci la sua esperienza.

Lei ha fotografato la realtà, per tutta la vita. Come si sente nel tempio della finzione?

“Ho praticato molti generi di fotografia nella mia vita, reportage, paesaggio, pubblicità, ritratto… Credo che fotografare in un teatro sia una grande sfida. Vedo questi ragazzi, diventeranno ottimi fotografi, è difficile però avere un punto di vista personale in un luogo dove tutto è già così progettato…”.

Che strana cosa, prendere foto vere di una fiction, non trova?

“Ho lavorato sul set del cinema, molto difficile. Non puoi cambiare il lavoro del regista, non puoi andare dove credi meglio. Quali obiettivi usare, come anticipare l’azione… non è facile. Credo servano molti anni di esperienza”.

Se diamo ascolto a Shakespeare, la vita è un palcoscenico… Quindi qualsiasi fotografia rappresenta una finzione. In che misura una foto si prende, in che misura si fa?

“In fondo è solo una questione di parole. Quando fai una fotografia costruisci un’immagine. Scegli il tuo punto di vista, scegli il tempo. Non ho mai pensato di mostrare qualcosa letteralmente, interpretare è più interessante. Se fotografi, inevitabilmente prendi la vita dentro la lente, ma io preferisco pensare di fare una fotografia, è inevitabile”.

Un fotografo è un regista?

“In qualche modo, inevitabilmente. Fellini… Dopo aver visto i suoi film, volevo diventare regista. Ma il fotografo è più libero. Può fare tutto da solo. Anche non fotografare e andare prendere un caffè. Il vantaggio della fotografia è che puoi imbatterti in un volto incredibile che ti passa vicino per strada, non l’hai scelto come un attore, è lì, ti viene incontro, ti dici ora o mai più, magari gli chiedi dammi un minuto, ti faccio un ritratto, e allora sì, scegli lo sfondo, cerchi che la luce cada sul volto in un certo modo… Potrei andare oltre, dire fai un’espressione più arrabbiata, o triste, sorridi, ma questo non lo faccio. Penso che la migliore espressione sia quella che hai già. Non c’è bisogno di aggiungere maschere al mondo, c’è già tutto quello che deve esserci”.

Andò così con Sharbat Ghula, la “ragazza afghana”, sicuramentre la sua foto più conosciuta?

“Fu un raro miracolo. Non parlavamo la stessa lingua, non c’era interprete, l’insegnante sapeva pochissime parole di inglese, non avrei neppure potuto dirle fai …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/06/04/non-chiedo-scusa-per-aver-fatto-una-bella-foto-intervista-a-mccurry/

      

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