Giu 062018
 

By Michele Smargiassi

SelfiePiacenza

È impossibile non restare interdetti guardando questa immagine.

(ansa) foto di Giorgio Lambri per Libertà

Stazione ferroviaria di Piacenza. Incidente. Un treno travolge e maciulla una gamba a un’anziana donna. I soccorritori accorrono.

A pochi metri di distanza, sul binario tre, un ragazzino sui vent’anni vestito di bianco alza il cellulare e con quello che ormai è un gesto della contemporaneità si scatta un selfie assieme alla scena. Forse fa pure qualche gesto sconveniente a uso della fotocamera.

La cronaca puntuale di Giorgio Lambri, su Libertà, ci informa di quel che è accaduto dopo: il ragazzino bloccato dalla Polfer e costretto, non senza discussione, “è un mio diritto!,” a cancellare la foto dalla memoria del cellulare. Non gli accadrà altro: “non sembra si possano configurare reati”.

Penali, forse no. Ma la condanna morale è inevitabile, e ci arriva già confezionata assieme alla notizia. “Barbarie”. La sentenza di lugubre voyeurismo narcisista è inappellabile.

Certo, è difficile criticare la Polfer che, al di là del reato, tutela da uno sguardo invadente la condizione di una persona che soffre.

Ma si può dire altro? Sì, si può. Forse si deve, visto che questo non è altro che l’ultimo caso su cento, mille, milioni. Sulla scena degli attentati terroristici, degli incidenti stradali, sulle macerie dei terremoti, i selfie fioriscono. (Prima ancora, va detto, c’erano le fotoricordo: conosciamo pose con sorriso pavloviano sullo sfondo delle Twin Towers in fiamme).

Ci vorrebbe una speciale polizia dello sguardo con migliaia di agenti per evitarlo. Forse il problema va preso da un altro verso?

L’8 ottobre 1941 un fotografo di Manhattan con pelo sullo stomaco, chiamato Weegee, fotografò le facce incuriosite, sorridenti, perfino ilari di un gruppo di ragazzini di Brooklyn che guardavano il cadavere di un gangster locale appena freddato in un regolamento di conti. Col titolo Il loro primo omicidio trovate quella foto in musei coltissimi.

Il riso compulsivo di quei kids da strada era, è ovvio, l’infantile reazione di difesa da un disagio. I ragazzini non ne hanno molte. Oggi, la tecnologia gliene offre qualcuna di più. La fotocamera del cellulare, soprattutto.

Persino per i grandi fotografi la lente è uno schermo che attutisce l’orrore. Il selfie, in più, consente di essere lì, ma girando le spalle. Come quando guardiamo un horror movie coprendoci gli occhi con le mani, ma solo un po’, per vedere e non vedere.

Il selfie però gode di pessima fama. Per un luogo comune pigro, ma difficile da sfatare, è puro narcisismo, cosa già riprovevole in sé, figuriamoci se applicato a una tragedia.

Ma risolverla così è come non capire il riso esorcista e scaramantico dei ragazzini di Brooklyn. Entrambi, riso e selfie, dicono a sé e agli altri “io sono qui, ma non è successo a me”. Sollievo egoista? Certo. Umanamente spiegabile? Forse anche.

(afp)

(Se poi ci ricordiamo, e ringrazio Marco Pinna per avermelo ricordato, di quel selfie che Barack Obama si prese, allegrissimo, assieme al premier inglese Cameron e a quella danese Thorning-Schmidt, in un momento abbastanza sconveniente, ovvero durante i funerali di …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/06/06/non-lasciamoli-soli-con-i-loro-selfie/

      

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