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Apr 092018
 

By Michele Smargiassi

DeMarco1

Una persona ritratta da Danilo De Marco, prima ancora di essere una celebrità o uno sconosciuto, è una persona che guarda Danilo De Marco.

Tutti i ritratti in fondo sono questo, ce lo fece capire Giulio Paolini con la sua ironia su uno dipinto da Lorenzo Lotto.

Delle centinaia di volti che ha finalmente raccolto in una mostra e in un volume, pochissimi (un meditabondo Claudio Magris, un assorto Andrea Zanzotto, un inquieto Pedrag Matveievic) sembrano aver disubbidito all’immancabile, gentile ma fermo imperativo che Danilo ripete ogni volta prima di fare clic: “dammi gli occhi”.

In quegli occhi c’è lui, il friulano trapiantato a Parigi, tra i più irregolari dei fotografi, il più free dei freelance, colto bohèmien, misantropo umanista, da decenni “inviato di me stesso” in un mondo fatto soprattutto di persone.

La sua silhouette scura e oblunga si riflette nelle pupille dei suoi ritrattati, trasformandole a volte in occhi da gatto.

È il suo modo di dire hic fuit, Danilo è stato qui, era veramente con questa persona, era assieme e per questa persona.

La fotografia, se è fotografia, lo dice sempre, ma del corpo: De Marco invece è stato assieme a tutte queste persone anche con lo spirito della sua umanità.

Tanto che ricorda praticamente tutti quegli incontri, e non riesce a non raccontarli, uno per uno, in piccoli testi abbinati ai ritratti, che improvvisamente danno loro quel che a una fotografia manca per statuto: un prima, e anche un dopo lo scatto.

Ricorda tutti quegli incontri, alcuni fugaci e mai ripetuti altri battesimi di lunghe amicizie, John Berger e Marc Augé, Christian Boltanski e Gillo Dorfles, Jean Clair e Serge Latouche, Mimmo Rotella e William Klein…

Ricorda anche quelli che non sono famosi, i partigiani friulani che ha cercato e censito con pazienza e costanza. Ricorda perfino quelli di cui non seppe mai il nome.

De Marco, oggi ultrasessantenne, è il fotografo degli spossessati e dei senza voce. Di più. Dei senza notizia.

Chi aveva sentito parlare degli indigeni U’wa che in Colombia resistevano alla prepotenza di una multinazionale petrolifera? O delle parteras, le levatrici boliviane? O delle “mondine d’alghe” di Zanzibar?

Anche nelle storie “notiziate”, i bambini-soldato del Congo, le devastanti alluvioni indiane, i cocaleros boliviani, la sua fotocamera ha cercato sempre quegli occhi in cui riflettersi.

Come il suo collega e amico fraterno Mario Dondero, a De Marco le persone interessano “perché esistono”.

Tanto che poi la parola ritratto ha finito per dispiacergli, per sembrargli brutta, contro-empatica (il ritratto è qualcuno che si ritrae? Che ritratta qualcosa?), e di questi volti di una vita preferisce parlare, ispirato da Deleuze, di figure. Da fingere, che nel senso etimologico non significa mentire ma plasmare.

Un ritratto dunque non è un furto di sembianze ma la costruzione di un’immagine: richiede una relazione. “Devo stare nei tuoi occhi per vedermi”.

Ogni ritratto è un autoritratto. Ogni tu è un io.

[Una versione di questo articolo è apparsa su Il Venerdì di …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/04/09/danilo-de-marco-fotografia-ritratto-occhi/

      

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