Giu 012018
 

By Michele Smargiassi

CavourMayerPierson

Voi, amici fotografi, voi che prendete in giro i principianti con le fotocamerone ultrapixel e megasoftware. Voi che dite che non conta lo strumento, conta chi lo usa. Voi che rivendicate la sovranità della creazione.

Voi che cercate ancora, quasi due secoli dopo, qualcosa che dimostri a tutti che il fotografante co la minuscola e il Fotografo con la maiuscola sono due cose diverse.

Voi che però vi dividete subito. Fra quelli che “conta l’esperienza” e quelli che “conta la visione”.

Voi forse non sapete che è già stato detto tutto. Alla metà dell’Ottocento. Non dalle cattedre delle accademie. Ma dai banchi dei tribunali.

Vi parlo di due celebri casi giudiziari, raccontati un po’ en passant in quasi tutte le storie della fotografia, come curiosità vintage.

Ma che ho trovato messi a confronto con esemplare semplicità e interpretati per il loro significato dirompente in un piccolo libro probabilmente sfuggito a molti, la ricerca di una giovane studiosa siciliana, Paola Pennisi, L’arte per diritto, sui rapporti fra fotografia e leggi.

Seguitemi, perché non si tratta solo di storia vecchia. Riguarda noi. E voi.

Allora, parliamo di due cause pioniere con cui due studi fotografici di ritratto vollero rivendicare la proprietà e la dignità creativa della propria opera.

E per farlo, dovettero dimostrare al giudice che quelle che uscivano dalle loro mani non erano immagini meccaniche, automatiche, ma frutto dello sforzo irriproducibile e unico di un Autore.

A Parigi, nel 1856, Ernest Mayer e Louis Pierson, soci in un rinomatissimo studio fotografico, scoprirono con irritazione che il loro ben riuscito e vendutissimo ritratto di Camillo Benso, conte di Cavour, era stato copiato e messo in vendita tale e quale da uno studio rivale.

(Tanto per informare chi pensa che il plagio sia nato solo con l’invenzione del tasto destro del mouse, clic, salva immagine).

I ritratti erano un grande affare commerciale in quel secolo avido di immagini e povero di media: i personaggi famosi si collezionavano come figurine, il mercato era redditizio e la concorrenza spietata e a volte, appunto, sleale.

Ordunque, Mayer & Pierson dovettero dimostrare al giudice che quel ritratto non l’aveva fatto stolidamente una fotocamera, ma che esisteva solo in virtù della loro abilità; che quindi apparteneva a loro, i creatori, e non al mondo della natura.

E la loro tesi fu questa: che la macchina è servizievole ma ottusa, che lasciata a se stessa produce obbrobri, che solo un artigiano eccellente e di lunga esperienza sa costringere il meccanismo a ubbidire e sa trasformare i suoi errori meccanici in virtù estetiche.

Si asserragliarono insomma sulla linea, che Pennisi definisce “platonizzante”, per cui è solo la competenza dell’Autore che può trascendere l’immagine meccanica oltre la piatta riproduzione, costringendola ad avvicinarsi all’immagine ideale, frutto del pensiero.

La chiameremo, dunque, tesi della competenza.

Qualche anno prima, nel 1852, sempre a Parigi, il grandissimo Nadar aveva già bussato alle porte dei tribunali. Nel suo caso, non per difendere la proprietà di una singola immagine, ma per tutelare l’unicità del suo pseudonimo (all’anagrafe era Gaspard Félix Tournachon) dal fratello Adrien …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/06/01/estetica-fotografia-bello-diritto-leggi/

      

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