Ott 102018
 

By Michele Smargiassi

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“Che si tratti di cronache narcisistiche o di pratiche ludiche”, scrive Christian Caujolle in una sua rubrica di fotografia su Internazionale che, non so come, giorni fa ha preso a girare vorticosamente sui social, le immagini che circolano in Rete sono “banali e compulsive”, e “l’unica cosa certa è che siamo lontani anni luce dalla fotografia. Siamo andati oltre”.

Andrej Rublev, Santa Trinità, 1410

È una delusione, devo dirlo, trattandosi di Caujolle, storico photoeditor di Libération e fondatore dell’agenzia Vu. Purtroppo, non è una sorpresa. La sbrigativa liquidazione della fotografia di massa a cui Caujolle si allinea è la vulgata stanca e liquidatoria di cui si nutre gran parte del mondo intellettuale quando si accosta al nuovo contesto del linguaggio fotografico.

Quando questa superficialità esce dalla penna distratta di logocentrici studiosi di altre discipline in spensierata gita culturale nel fotografico, potrei trovare qualche lieve scusante. Ma addolora leggere questo approccio alla fotografia dei contemporanei in un protagonista della fotografia del Novecento.

Che dovrebbe avere studiato la storia della fotografia. E avere capito che fu inventata da dilettanti per dilettanti, che quelli che lui chiama con orgoglio polemico “dinosauri”, cioè i fotografi consapevoli autori di “immagini pensate”, non furono mai la specie animale dominante nell’ecosistema della fotografia.

Come dovrebbe sapere che i fotografi in grado di “compiere una serie di scelte in rapida successione, come il fuoco, la distanza, il colore, l’inquadratura”, da oltre un secolo, sono una infima minoranza tra i produttori di immagini fotografiche, perché la delega delle scelte espressive ai meccanismi incorporati nelle fotocamere risale alle prime macchinette Kodak, e quelle erano fotografie a tutti gli effetti.

Con macchine automatiche del resto hanno lavorato grandi artisti del fotografico, e Caujolle sa quanti fotoreporter, sapendo di non avere il tempo di cambiarle al momento, tengono la fotocamera costantemente impostata su valori medi buoni per la maggioranza delle situazioni.

Collocare la consapevolezza, la profondità, il valore di una fotografia nella manipolazione di una ghiera mi sembra, più che difesa dell’ultimo baluardo di un’idea manuale dell’espressività, un feticismo paleotecnologico. Anche ai tempi delle Kodak c’erano quelli che arricciavano il naso di fronte alla fotografia “facile”, erano i pittorialisti sussiegosi con i loro pennelli intinti nel bromolio.

Ho detto tante volte che questo panico intellettuale, questo allarme ricorrente, da cent’anni, questa paura dell’invasione delle fotografie selvagge, tradiscono un’ansia essenziale, profonda, nell’animo del fotografo “consapevole”.

La sua gelosia da Otello verso questa Desdemona di fotografia che sembra così pronta a concedere i suoi favori all’ultimo immeritevole. La fottuta paura del fotografo che ha studiato e pensato tanto, di scoprire che la fotocamera ha donato all’incolto principiante una immagine più bella delle sue. Sindrome di Salieri.

Fondamentalmente, questo pensiero tradisce una profonda incomprensione della novità antropologica della fotografia come inevitabile, imprevedibile, imprescrittibile collaborazione-rivalità fra un essere umano singolare e un apparato progettato e programmato, che non è un docile utensile ma contiene una sapienza e perfino una dose di volontà che sfugge al suo presunt(uos)o padrone.

Sono ancora convinto che sia così. Ma la lettura di un libro molto distante da questo ragionamenti mi …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/10/10/ernst-kitzinger-christian-caujolle-fotografia-social-iconoclastia/

      

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