Feb 072018
 

By Michele Smargiassi

Fotovideo

Vincerà il video, perché racconta. No, resisterà la foto, perché riassume.

(da RClub del 3 febbraio 2018)

Quando fotocamera e videocamera diventarono lo stesso aggeggio, e quell’aggeggio cominciò a seguirci ovunque, docile e disponibile nelle nostre tasche, i profeti si scatenarono.

Per la verità, la discussione sulla battaglia fra immagine fissa e immagine in movimento era solo la ripresa di una querelle secolare. I Lumière, ricordiamocelo sempre, inventarono il cinema pensando che fosse un miglioramento della fotografia, e servisse più o meno agli stessi scopi.

E quando arrivò la televisione, furono i fotogiornalisti a cominciare a tremare, pensando che l’ora della fine per il reportage immobile fosse venuta.

Erano tutti pessimi profeti, ormai lo sappiamo. I media scartano sempre di lato.

La parabola di YouTube avrebbe dovuto mettere tutti sull’avviso. Il social dei video era nato con lo slogan Broadcast Yourself, che potremmo tradurre: fatti la tua tivù. L’idea era proprio di consentire a chiunque di costruire un programma personale, un canal, come fosse una rete televisiva.

Come sempre accade, gli utenti hanno mmessoda parte le intenzioni degli inventori della piattaforma e l’hanno deformnata a loro piacimento.

YouTube si è sdoppiata in due o tre direzioni: da una parte è diventata un caotico flusso di performance personali, un talent show planetario di abilità mai esistite altrove, quasi sempre autoreferenziali: i buoni YouTubers sono quelli che sanno parlare di quel che fanno su YouTube.

Dall’altra è diventato uno strumento di divulgazione didattica, una biblioteca di piccoli corsi pratici (i tutorial) per dummies che fanno fatica a girare la boa delle venti righe di testo e anche quelle non le capiscono.

Dall’altra, la quota maggioritaria, è diventato un enorme archivio della produzione storica di cinema e televisione, dove si trova ormai praticamente tutto quel che è stato filmato girato videoregistrato al mondo: ma in pillole.

Ricordate, la barriera iniziale di YouTube, poi forzata, era di dieci minuti. Potevate rilanciare anche Via col vento: ma solo dieci minuti alla volta.

Oggi ci trovate interi film. Un’alternativa allo streaming pirata. Ma la gran parte dei contenuti è ancora fatta di frammenti sparsi, di citazioni, di estratti, di ritagli.

Anche il frammento cinematografico ere eccellenza, il trailer, ha finito per diventare un genere a parte intera, con sue regole narrative, e una sua decisa autonomia linguistica anche rispetto al film che infatti spesso tradisce (o sostituisce).

Ma quel che è accaduto nel mercato dell’immagine diffusa e autoprodotta, sui social della condivisione classici, che è poi quello che conta di più, è decisamente interessante.

Stanno vincendo (per adesso, sul domani non si scommette) immagini che stanno a metà strada: queste icone ibride, queste “foto che si muovono”, che spopolano su Instragram, dove ormai i ragazzini trend-setter hanno smesso di pubblicare le vecchie fotine quadrate, si chiamano storie anche se non raccontano nulla, se non un gesto sospeso, senza prima e senza dopo.

Sono parenti strette di un’altra novità dirompente, le Gif animate ormai comunemente usate come punteggiatura emotiva delle conversazioni online, a cui a volte tendono ad assomigliare nell’ossessiva comica ripetitività (l’effetto boomerang …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/02/07/storie-instagram-foto-video/

      

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