Set 072018
 

By Michele Smargiassi

Visa03

Per la trentesima volta, duecentomila persone sono andate a vedere “quello che nessuno vorrebbe vedere”.

22 settembre 2017. Abu Siddique (90 anni) su una collina che domina il campo per rifugiati Rohingya di Kutupalong. Ha dovuto essere traspoortato epr attraversare la frontiera, e qussto gli è costato tutti i suoi averi. © Paula Bronstein pour UNHCR

Che paradosso a Perpignan, nella Francia del Sud, dove è stata inaugurata sabato scorso ed è ancora in corso l’edizione a cifra tonda di Visa pour l’image, l’appuntamento annuale più prestigioso per il fotogiornalismo internazionale. Uno dei più longevi festival culturali d’Europa, e non solo in campo fotografico.

Una sfida allo spirito dei tempi, sotto molti punti di vista: rito dell’orgoglio di un mestiere dato continuamente per morente e mai ammazzato, né dalla tivù né dal digitale. Anche luogo del malumore, della protesta di un mestiere. Che il fondatore-direttore eterno, nonché autocrate per sua stessa ammissione, Jean-François Leroy, interpreta ogni anno con il suo spirito notoriamente polemico, che lo ha messo spesso in contrapposizione con altre istituzioni del mondo fotografico, perfino con il grande rivale-collaboratore, il Eorld Press Photo di Amsterdam.

Quest’anno la sua morale è lineare: “Non ho avuto problemi a riempire anche quest’anno il programma: quindi il fotogiornalismo non è morto. Sono i media ad essere malati”.

Che sia la trentesima edizione lo ha ricordato un brindisi e una mostra neanche troppo auto celebrativa (ma ci saranno due soirée alla Villette di Parigi, il 15 e il 16 settembre). Per il resto, “se fosse l’edizione numero 29 o 31, per noi sarebbe uguale”.

“Mi merirto questo bambino!” dice Yorladis, incinta di otto mesi, nella sua casa dentro il campo degli ex combattenti del farc. nella giungla di Guaviare. E’ rimasta incinta cinque volte nella giungla, ha abortito, in qualche caso molto avanti nella gravidanza. Ha incontrato il suo compagno un anno fa, quando è uscita dalla prigione. © Catalina Martin-Chico / Cosmos

E dunque: venticinque esposizioni (come sempre, gratuite) sparse nel centro storico, tra conventi palazzi nobiliari ed ex chiese, più le serate di proiezione al Campo Santo, le conferenze, i premi, e la trama di relazioni professionali tra fotografi, photo-editor, giornalisti, che si intrecciano da trent’anni davanti a un pastis al bar dell’Hotel Pams.

Nel mazzo di quest’anno, l’assortimento di fiori del male che il fotogiornalismo coglie per dovere, anche un po’ per brivido ed adrenalina, nel vivaio fin troppo generoso delle crisi mondiali.

Quelli che ci aspettiamo: il dramma dei Rohiynga birmani (Paula Bronstein) e la consunzione infinita della Siria (Alice Martins) – crescente la parte delle fotoreporter… e ho scelto di lasciare alle fotografe tutte le illustrazioni di questa pagina – ma anche quelli che conosciamo meno: le drammatiche elezioni in Kenya (Luis Tato), la Colombia del dopo-Farc (Catalina Martin-Chico), la guerra dimenticata dello Yemen (Véronique de Viguerie); e quelli di cui proprio non sappiamo nulla: le violenze delle “formiche rosse”, milizie private sudafricane anti-squatter (James Oatway), una strana idea di …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/09/07/perpignan-visa-image-leroy-fotografia-festival/

      

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