Apr 062018
 

By Michele Smargiassi

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Non so spiegarmi perché non abbiamo mai detto grazie a Vienna.

Orit Drori: Senza titolo, 2010-2014. © Orit Drori

Sospetto che ci sia sotto l’imprinting ormai secolare, coltivato nella coscienza di generazioni di scolaretti a botte di sussidiari e aneddoti patriottici, dell’odio da piavemormorò contro l’austriacante invasor.

Di fatto non passa lo straniero, nella nostra cultura dell’immagine. Non quello straniero, il dirimpettaio delle Alpi orientali. Tutti gli altri sì: il nostro sapere fotografico, ad esempio, è tutto e pesantemente di matrice anglosassone con una robusta quota di minoranza francese.

Quindi trovo giusto, oltre che bello e prima ancora che ben fatto, che una fotografa abbia scelto di dire grazie a Vienna. A quella Vienna di cui dirò.

Parlo di Orit Drori, nata in Israele, vive in Thailandia ma ha studiato fotografia a Roma, e da otto anni ormai va e viene dalla capitale austriaca in cerca di uno spirito. Di una cultura europea interrotta e spezzata più volte dai conflitti europei.

Nella sua mostra Ombre, Rose, Ombre c’è la Vienna di Sigmund Freud, di Karl Kraus, di Stefan Zweig, di Hugo von Hoffmannsthal, di Arthur Schnitzler, di Franz Werfel. Che quello spirito si possa fotografare oggi, è una sfida che Drori ha affrontato con le armi della metafora evocativa. Un reportage di allusioni, si può dire.

Orit Drori: Vienna rossa, 2010-2014. © Orit Drori

Per cosa, dunque, soprattutto se amiamo la cultura visuale, dovremmo dire grazie a Vienna? Per averci, credo, fatto venire qualche salutare dubbio su quel che vediamo, e come lo vediamo.

È quel che pensa Eric R. Kandel, neuro scienziato e premio nobel per la medicina con una sensibilità spiccata per l’arte. E la curiosità di incrociare tutte queste cose.

Uno dei suoi libri più sosprendenti e originali, L’età dell’inconscio, basta sfogliarlo a caso per cominciare a capire che c’è qualcosa di inconsueto. Mappe cerebrali e riproduzioni di dipinti.

Una introduzione storica e critica a quell’ibrido culturale per me fertilissimo che prende il nome di neuroestetica.

Per Kandel è proprio nella Grande Vienna degli inizi del Novecento che comincia a incrinarsi nil muro di rigida separazione fra le due culture, quella scientifica e quella umanistica, entrambe interessate a quel che accade nella nostra mente, ma incapaci di scambiarsi suggerimenti e indizi.

Ai tavolini del Café Central, dove si incontravano medici e esploratori psicologi assieme a pittori e scrittori, cominciò a maturare un’intuizione: che si sarebbe arrivati un giorno a scoprire il funzionamento del sostrato biologico che determina il funzionamento dei meccanismi psichici, compresi quelli che regolano i nostri giudizi estetici e le nostre emozioni artistiche.

Erano, per la verità, più gli artisti a guardare affascinati al lavoro degli esploratori della mente. Gustav Klimt ammirava Charles Darwin e Sigmund Freud. Per Oskar Kokoschka l’espressionisno era un rivale della psicanalisi.

Nella lettura di Kandel, furono i pittori a gettare il ponte, creando dipinti come esperimenti intuitivi del funzionamento meccanismi biologici e neurali.

Ma se Freud sembrava più interessato a psicanalizzare la biografia dei pittori che le loro opere, Alois Riegl riconobbe …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/04/06/orit-drori-vienna-eric-kandel-fotografia/

      

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