Giu 222018
 

By Michele Smargiassi

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Questa, ormai lo sapete, è la doppia pagina che Benetton, imprenditore veneto ramo abbigliamento, ha comprato lunedì scorso sul Corriere della sera.

La fotografia, pubblicata senza titolo né altra didascalia, mostra un momento delle operazioni di soccorso di un gommone di migranti effettuate dalla nave di salvataggio della Ong Sos Mediterranée.

Non ho bisogno di riferirvi il vespaio di polemiche che ne è seguito, e che riporta Oliviero Toscani, ideatore di questa campagna, ai fasti delle sue più note provocazioni degli anni Ottanta-Novanta.

Alcune di queste polemiche sono un po’ curiose. Quella per esempio che accusa Toscani di appropriarsi di fotografie altrui spacciandole per proprie, o lasciandole credere tali.

Ora, può crederci forse il lettore distratto, ma stupisce un po’ che a pensarlo siano dei fotografi professionisti. Che dovrebbero conoscere la differenza fra un fotografo e un art director: Toscani è entrambi, ma in questo caso, come nella maggioranza delle sue più note campagne Benetton, ha utilizzato una foto altrui per creare un oggetto più complesso.

Per evitare di infilarsi in quel vicolo cieco bastava leggere là dove di solito vengono pubblicati i credits, per trovarli: è una foto di Kenny Karpov, accreditata anche a Sos Mediterranée.

Più che all’equivoco usurpatore (faccio credere che siano foto mie), smentito dai crediti messi in pagina, credo dunque si possa parlare di subordinazione del senso proprio di una fotografia al senso di un messaggio più complesso. Anche questa però non è una cosa nuova, nella storia della fotografia. Lo fecero in tanti, da Steichen a Brecht.

In questo, capisco la protesta di Sos Mediterranée quando, trovandosi coinvolta per nome nella pagina pubblicata, se ne dissocia. È suo diritto, soprattutto se la fotografia era commissionata e gestita dalla Ong e, come pare, passata a Benetton senza il suo consenso dal fotografo.

Benetton3Meno indiscutibile, anche se rispettabile, è invece il giudizio che la Ong dà della iniziativa Benetton, che a suo parere non rispetta la dignità dei superstiti, perché “la tragedia umana che si svolge nel Mediterraneo non deve mai essere utilizzata per scopi commerciali”.

Dai tempi delle polemiche più celebri, a quanto pare, il punto del contendere non si è spostato di un millimetro. L’accusa è sempre la stessa: “è vergognoso usare un’immagine di sofferenza per vendere maglioncini”.

Come chiunque avrà capito, quelle polemiche erano nel conto. Direi anzi che fanno parte integrante del concept di questa nuova campagna, come di tutte le precedenti.

E come in tutte le precedenti, Toscani evita quel punto e risponde come se lo avessero semplicemente accusato di aver pubblicato su un giornale una fotografia sgradevole. “Ho fatto vedere ciò che sta succedendo, il problema è che una volta eravamo un paese di brave persone, eravamo un paese dell’onestà e della generosità. Purtroppo questo piccolo benessere, che non è stato neanche a disposizione di tutti, ci ha fatto diventare egoisti e devo dire anche abbastanza ottusi”.

Toscani con grande abilità sposta il piano della discussione. Per i suoi accusatori non è ovviamente la fotografia il problema, ma il suo utilizzo da parte di un’impresa commerciale …read more

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Giu 202018
 

By Michele Smargiassi

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Una signora visibilmente anziana, al mercato, con una borsa della spesa. Clic. E adesso, posso pubblicare?

Frans van Mieris il Vecchio: Ragazza che vende frutta a una vecchia, c. 1655

Sembra una domanda così semplice. Sembra un caso così limpido e banale, e pare impossibile che la legge non sia altrettanto semplice e chiara nella risposta.

No, non è chiara nella risposta. Chiedete agli avvocati: vi sconsiglieranno calorosamente di pubblicarla. Chiedete all’uomo della strada: griderà “c’è la priiiiiiiiivacy!”.

Chiedete ai giuristi. Cominceranno a disquisire se il volto di una persona non celebre sia un “dato personale” o addirittura un “dato sensibile”.

Chiedete a un giudice, si scervellerà per capire se avete fatto un “ritratto” (la legge vieta di pubblicare un ritratto ma non dice che cosa sia un ritratto).

In questa assoluta incertezza del diritto, i fotografi si dividono in due schiere. I “chissenefrega io non chiedo liberatorie e pubblico”, e i “ma poi chi me lo fa fare, al diavolo la vecchietta”. In entrambi i casi, sono lasciati soli dalla legge di fronte a una scelta. Ma la legge è lì proprio chiarirti i dubbi, non può lasciarti esposto a qualsiasi interpretazione.

Ora, si dà il caso che la vecchietta al mercato, un classico topos metaforico, sia precisamente l’esempio che un grande giurista, Stefano Rodotà, utilizzò per cercare di sbrogliar la matassa.

Un magistrato che ama la fotografia, Vincenzo Cottinelli, ha rintracciato un documento del 2004, firmato da Rodotà quand’era Garante per la protezione dei dati personali.

Un testo di una mezza dozzina di pagine che affronta vari argomenti, tra i quali la “diffusione di fotografie di soggetti ripresi in luoghi pubblici”.

E Rodotà dice pianamente, chiaramente, che quella fotografia può (rpt. può) essere pubblicata.

“Di regola”, affermò l’allora Garante, “le immagini che ritraggono persone in luoghi pubblici possono essere pubblicate, anche senza il consenso dell’interessato, purché non siano lesive della dignità e del decoro della persona”.

È una affermazione importante, perché implica due cose. Primo, che l’eventuale lesione della dignità della persona fotografata non può essere presupposta solo per il fato che la persona viene fotografata, ma può semmai essere contestata dopo la pubblicazione. Nessuna censura preventiva, nessun divieto generalizzato.

Con la misura e l’intelligenza che gli conoscemmo, Rodotà riposta la questione delle “fotografie irrispettose” alla radice: la scelta del fotografo di produrre e condividere una affermazione visuale sulle cose che ha visto. Siamo insomma nel campo delle libertà e delle responsabilità di espressione.

Dove non esistono precetti meccanicamente applicabili.

Una fotografia è un atto linguistico, il giudizio sulle sue intenzioni e sui suoi effetti non può basarsi solo su quel che rappresenta, ma deve considerare a come e perché lo fa.

Sul come, Rodotà si fa quasi critico visuale: “nel documentare con fotografie fatti di cronaca che avvengono in luoghi pubblici, il giornalista e/o fotografo” (eccellente precisazione: è il fotografo che scatta e il giornalista che mette in pagina e in contesto) “sono chiamati a valutare anche quale tipo di inquadratura scegliere, astenendosi dal focalizzare l’immagine su singole persone o dettagli personali se la diffusione di tali dettagli risulta non pertinente ed eccedente …read more

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Giu 182018
 

By Michele Smargiassi

Riboli1

Ci sono quelli che tornano fra le fiamme della casa per salvare l’album di foto. Tra le poche cose che affondano nel Mediterraneo assieme ai migranti, trovi piccoli album di foto. Dopo lo tsunami di Fukushima, migliaia di persone hanno cercato di ritrovare nel fango i loro album di foto.

“La fotografia di mia madre. È sempre con me da sempre e sempre con me sarà”. © Giordano Riboli

Quando mi arriva alle narici la puzza snob di chi crede che le fotografie si dividano in Fotografie (le proprie) e fotodemmerda (quelle che riempiono la vita della gente normale), penso a quelle persone là.

Penso al posto che hanno le fotografie nelle giornate, negli spazi e nei sentimenti di miliardi di persone, di tutti i ceti culture provenienze.

Penso che illustri studiosi non ci pensino. Poi trovo che ci pensa. E gli sono grato.

Non sapevo chi fosse Giordano Riboli. Apprenderò che è un fotografo milanese, ha fatto reportage ma anche il fotografo “di matrimoni e di cerimonie”, e questo come vedrete spiega tante cose.

Mi scrive via Messenger un messaggio emozionato, non proprio chiarissimo, mi invita a guardare un suo lavoro fotografico, premiato a Photoweek di Milano. Ricevo centinaia di inviti del genere, cerco di accontentare tutti, onestamente: non sempre ne varrebbe la pena, ma.

Ma questa volta sì. Capisco confusamente che per Riboli questo è più di un reportage, è una specie di missione sociale, o morale. L’ha chiamata Un attimo di attenzione. Parla di anziani soli. È un lavoro legato a un progetto di “adozione a distanza” per loro.

Ma non è questo che mi colpisce. Neanche, in fondo, l’idea che ha avuto;: quella di rintracciare un certo numero di anziani soli (nella zona sud di Milano) e metterli in posa “con l’oggetto che vorrebbero portare con sé nell’aldilà”.

“Facevo la sguattera in una piccola azienda di alcolici, poi so’ salita a Milano per diventa’ bidella, il viaggio di nozze? Mai avuto un regalo, buonanima di mio marito per viaggio di nozze mi ha regalato questa statuina, ho sempre lottato, sempre e mai una mano in aiuto, sempre tutto da sola”. © Giordano Riboli

Normalmente, i reportage metaforici, quelli che usano i ritratti per raccontare una storia, segnalare un problema, indagare un contesto, mi annoiano un po’.

Ma qui, sfogliando l’album di foto con didascalia che Riboli mi ha mandato, non riesco a staccarmi. Vorrei averne ancora, altre dieci, cento, di queste microstorie al futuro remoto, di queste dichiarazioni di nostalgia preventiva e impossibile.

In una novella di Verga, il contadino Mazzarò ormai vecchissimo e malato esce nell’aia ammazzando a bastonate galline e pecore e gridando “roba mia, vientene con me!”.

Ma questi estremi oggetti transazionali che Riboli fotografa in mano ai suoi anziani non sono “roba”, non sono proprietà, ricchezza che la morte ci costringe a lasciare.

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“Sono legato alla mia bottega d’artigiano, mi porterei tutto con me per non annoiarmi troppo. Vuoi mettere un buon affettato? E poi chi mi dice che di la’ non …read more

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Giu 152018
 

By Michele Smargiassi

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C’è poco da fare, quando ti serve il concetto giusto, l’immagine riassuntiva, la metafora pertinente, prima di tutto prova a bussare alla porta del vecchio caro Umberto.

Mr. Pipo Learning and Forgetting, © Nevit Dilmen, licenza Creative Commons BY-SA

Da tempo cerco di definire questa strana iconofobia dell’era della condivisione, quella paura che una valanga di immagini ci crolli addosso e ci seppellisca, quel luogo comune che sembra così evidente da non aver bisogno di dimostrazioni né di spiegazioni: oggi si fanno troppe fotografie.

Quel geniale olandese volante che è Erik Kessels una sintesi l’ha trovata, visuale: con quella sua ormai celeberrima installazione 24 Hours of Photo, dove le immagini di una sola giornata di Web, stampate, riempivano di gigantesche pericolose montagne le stanze di una galleria d’arte.

Ma una definizione, di quel terrore di soffocamento, di quella sensazione di sovrastamento?

Eccola qui. Dove non avrei pensato di trovarla. In un affascinante saggio di Umberto Eco sulla storia del concetto di enciclopedia: Dall’albero al labirinto.

Quella definizione è: complesso di Temistocle. Pagina 108dell’edizione La Nave di Teseo. Dunque (riferisce Eco) narra Cicerone che Temistocle avesse una memoria d’acciaio.

Tanto che gli fu chiesto di scrivere un trattato sull’arte del ricordare. Lui, dolente, si augurò che qualcuno più bravo di lui ne scrivesse uno sull’arte di dimenticare.

L’ossessione del troppo che riempie la mente (del troppo, nel nostro caso, che riempie la mente attraverso gli occhi) deve aver turbato i sonni di secoli di pensatori.

Ne soffriva forse Friedrich Nietzsche: “Un uomo che non possedesse la forza di dimenticare non crederebbe più al suo stesso essere”.

Ne soffriva forse Jorce Luis Borges, sì lui, che immaginò la biblioteca che contesesse tutti i libri: e però diede vita a quell’ipermemore nicciano nelle sembianze del suo Funes, l’uomo infelice che non dimenticava nulla.

Le enciclopedie, ne concludeva Eco, costruiscono il sapere proprio perché sanno, come i buoni archivisti, che cosa abbandonare al buio dell’oblìo. E i testi, aggiungeva in modo sorprendente, sono macchine per dimenticare tanto quanto sono tecniche per ricordare. Le enciclopedie fanno appunto questo.

La mia domanda allora è questa: anche le fotografie, che ora sembrano minacciarci la fine del povero Funes, possono essere usate come macchine per dimenticare?

Con mio dispiacere, proprio Eco sembra rispondere di no. Sapete, con le immagini Eco aveva una partita aperta. Come tutti i grandi pensatori, covava in lui un certo sospetto verso il sapere per oculos. All’iconismo ha dedicato saggi fondamentali.

E nello stesso testo, eccolo dubitoso. La dimenticanza è una negazione. La parola sa negare. Posso dire “gli angeli non esistono”. Le immagini non possono. Le fotografie ancora meno: non posso fotografare qualcosa che, a chi lo guarda, comunichi il concetto “gli angeli non esistono”.

Pictures can’t say ain’t, è il titolo di un saggio di Sol Worth: le immagini non possono dire questo non è. Quando Magritte ci provò, sorride Eco, sollevò un vespaio che ancora non si è risolto.

La conclusione sembra essere, dunque: mentre il logos, il pensiero verbale, può produrre dimenticanza, l’eidos, il pensiero visuale, no.

E questo vuol dire che non …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/06/15/umberto-eco-fotografdiua-eccesso-vertigine/

      

Giu 132018
 

By Michele Smargiassi

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Proviamo a fare un esperimento, qualcosa a metà tra un quiz e un sondaggio.

Sebastião Salgado: Kafue National Park, Zambia, 2010. © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Chiediamo a un campione di italiani mediamente informati il nome del fotografo più famoso che conoscono. (Ho detto quelli mediamente informati perché temo che gli altri risponderebbero Fabrizio Corona. Qualcuno a metà strada forse direbbe Oliviero Toscani…).

Bene, azzardo una previsione. La maggioranza delle risposte si polarizzerebbero su due nomi. Uno è Steve McCurry, l’altro è Sebastião Salgado.

E credo sarebbe molto, molto interessante fare l’identikit dei due gruppi, che secondo me sarebbero sociologicamente diversi.

Ipotizzo. Tra i mccurristi troveremmo una prevalenza di chi ama fare foto, tra i salgadiani di chi ama guardarle.

Penso che McCurry sia l’eroe del fotoamatore in cerca di gratificazioni per la propria sete creativa. Mentre Salgado sia l’eroe del fotoamante in cerca di gratificazioni per la propria sete estetica. Il primo pensa “vorrei anche io fare foto così”, il secondo “vorrei vedere sempre foto così”.

Se questa ipotesi è vera, mettiamo da parte McCurry e la mitopioetica del fotografo, e concentriamoci su Salgado e la mitopioetica dello spettatore.

Perché questo credo sia un aspetto fondamentale, ma raramente affrontato, del successo planetario e popolare di Salgado: la costruzione dello spettatore.

In realtà, pur facendo il giornalista da quarant’anni, e occupandomi di fotografia e di cultura visuale da altrettanti, non saprei dire bene quale sia il segreto di quella che viene qui definita “la fortuna di Salgado sulla stampa”.

Possiamo certo ricostruire un po’ di storia di questa fortuna, tracciarne le tappe, la crescita, i momenti culminanti. Temo che potrebbe essere una storia un po’ formale. Meglio cercare di isolare alcuni ingredienti di base che hanno reso possibile questa fortuna.

Certo, una cosa da dire è che questo rapporto fra Salgado e i media ha una sua originalità. Esiste, io penso, un “sistema Salgado”.

Non sto parlando di un’estetica, di una poetica e neppure della filosofia di un autore. Di questo magari parleremo alla fine. Parlo di un meccanismo specifico di produzione e comunicazione di un prodotto intellettuale che, al di là dei giudizi di valore che possiamo avere su di esso, ha indiscutibilmente una grande coerenza interna e una forte durata nel tempo.

In una recente intervista che gli ho fatto, Salgado ha dipinto se stesso e la categoria di fotografi che gli somigliano come lone cowboy, avventurieri solitari. Ma questo per quanto riguarda il momento della esplorazione, della ricerca, della caccia all’immagine.

Lui stesso ha poi confessato che il momento successivo e indispensabile, quello della selezione, della messa in forma e coerenza del discorso fotografico, non può essere altro che un lavoro di scambio, dialettico, di équipe, di rispecchiamento con altri.

Nel suo caso specifico, sappiamo abbastanza bene cosa avviene nel laboratorio di Amazonas Images, la multinazionale a conduzione familiare che produce il lavoro di Salgado.

Non è ignoto il ruolo fondamentale di Lélia Wanick Salgado, che io tenderei a considerare una vera e propria co-autrice del marchio Salgado. Non a caso ho parlato di “sistema Salgado”, qualcosa che supera abbondantemente …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/06/13/salgado-genesi-venaria-torino/

      

Giu 112018
 

By Michele Smargiassi

SupercityLogo

Non so com’è fatta Cusanello San Dugnano: ma loro lo sanno. Non so come sia vivere a Cusanello San Dugnano: ma loro ci vivono. Non so come si possa raccontare Cusanello San Dugnano: ma loro me la raccontano.

Supercity è una grande città di duecentomila abitanti ma nessuno lo sa. È una corona di palazzi parchi strade fabbriche posata sulla testa di Milano.

Supercity è il continuum urbano che prende nomi che un tempo appartenevano a paesi distinti, oggi sono quattro comuni ancora distinti, ma la soluzione di continuità rende quei toponimi quasi astratti.

Cinisello Balsamo, Cusano Milanino, Paderno Dugnano e Sesto San Giovanni.

E se arrivi da Milano non ti accorgi che sei arrivato a Supercity, perché questa è la sua natura. Supercity è la metropoli negata da chi pensa che gli hinterland siano solo appendici, bordi, margini.

E invece, basta guardare. Questo sa fare la fotografia: guardare e condividere lo sguardo.

Supercity è una mostra, che come tutte le cose molto serie diventerà un gioco. Supercity aprirà presto, molto presto, domenica 17 giugno, al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo.

Una grande mostra sinfonica e corale fatta di condivisioni. Una comunità che guarda se stessa, e che la fotografia rende visibile a tutti. Supercity era un’idea, del MuFoCo e del suo curatore Matteo Balduzzi. Adesso è una realtà da vedere.

L’abbiamo costruita assieme. Il vostro Fotocrate ha dato una mano, assieme alla photo-editor Renata Ferri e al fotografo e saggista Giorgio Barrera, per darle una forma.

Ma l’abbiamo costruita assieme ai quattro circoli fotografici dei quattro comuni. Decine e decine di appassionati così diversi tra loro, così capaci di cercarsi simili.

Nominiamoli, che se lo meritano: Circolo di cultura fotografica Vivian Maier di Cinisello Balsamo; Gruppo Fotoamatori Cusano Milanino; Officina Fotografica di Paderno Dugnano; Freecamera di Sesto San Giovanni.

Abbiamo sperimentato un modo di costruire una mostra che non è abituale, ma è stato appassionante. Noi abbiamo chiesto a loro di raccontarci Cusanello San Dugnano.

Da dentro. Di farcelo vedere come lo hanno visto e fotografato loro che ci vivono. Paesaggio, natura, socialità, problemi, risorse, quotidianità e straordinari.

Loro ci hanno aperto i loro archivi, con fiducia. Noi li abbiamo frugati, disordinati, riordinati, navigando fra migliaia e migliaia di fotografie.

Poi abbiamo mostrato loro quel che poteva venirne fuori. Ne abbiamo discusso. Forse non tutti sono stati contenti, avrebbero fatto altre scelte.

SupercityPosterAbbiamo cambiato, ridiscusso. Sapevamo che non era un rapporto simmetrico. Ma dialettico. Fotografi e curatori. Anche questo rapporto classico è stato messo alla prova in un modo inedito, partecipante, corale.

In una delle sezioni della mostra, tempi e luoghi si confondono. Un caos calmo e fertile di percorsi quotidiani, forme, gesti, spazi, tempi, ottocento fotografie che le pareti verticali del MuFoCo non riuscivano a contenere, così abbiamo usato anche pavimenti soffitti scale e pianerottoli.

Chi arriverà, avrà l’impressione, speriamo, di allontanarsi da una città conosciuta, Milano, per entrare nell’universo sconoistiuto di Supercity.

Non solo. Abbiamo lanciato loro una sfida. Ventiquattr’ore di tempo per provare a fare la stessa cosa, ma senza solo da …read more

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Giu 082018
 

By Michele Smargiassi

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Quando la fotografia era ancora amica, e non sospetta di tradimenti.

Stuart Franklin: Tiananmen Square. Beijing, China. 1989. © Stuart Franklin / Magnum

Nell’aprile del 1968, sul numero uscito subito dopo gli scontri di Valle Giulia, l’edizione italiana di Popular Photography si stupiva di un curioso fenomeno.

Nelle facoltà occupate, gli studenti universitari cacciavano fuori i giornalisti con penna e taccuini perché “servi della stampa borghese”. Ma lasciavano entrare i fotografi perché “le immagini non si possono falsificare”.

Ahiloro, non era proprio così. Ma in quell’anno in cui le cose più solide si scioglievano nell’aria, tra la rivolta e la fotografia scoppiò davvero una love story rivoluzionaria, che fra delusioni e contraddizioni conserva ancora una scintilla di vita.

A Magnum, che ebbe suoi cavalieri fotografanti su tutti gli scenari, non era possibile fare altro in questo cinquantenario se non dedicare la sua ormai tradizionale Magnum Square Print Sale (vendita a tempo limitato – si chiude oggi – e a prezzi accessibili di stampe moderne firmate o autenticate, tratte da celebri scatti dell’archivio), al concetto di libertà.

Quella parola, Freedom, che rimbalzava allora dai titoli dei libri a quelli dei brani di jazz, non solo negli slogan delle piazze.

Non solo immagini dal ’68, come la battaglia sui boulevard del maggio francese raccontata dal bianco e nero di Bruno Barbey “con il giubbotto che puzzò per settimane di gas lacrimogeno”.

Non solo eventi, ma anche simboli, rimandi, suggestioni. La schiena della ragazza vestita di cotonina che balla sul palco del Venice Beach Rock Festival, fermata per sempre senza volto da Dennis Stock.

Ed eroi. Il sigaro di Ernesto Che Guevara issato come una bandiera nel ritratto-icona di René Burri (1963). Il sorriso di Martin Luther King quasi strattonato dalla gioia dei suoi sostenitori dopo aver vinto il Nobel per la pace (Leonard Freed, 1964).

Dennis Stock: Venice Beach Rock Festival. California, USA. 1968. © Dennis Stock / Magnum

E dunque non solo ’68, ma settant’anni di immagini appese a quel filo incerto di significato, la libertà.

Libertà da: dalla guerra, dal nazismo, negli Champs Elysées in festa che accolgono i liberatori di Parigi, e Robert Capa, il 26 agosto 1944.

Libertà di: parlare, pensare, anche consumare, perché no, nel tuffo a torno nudo di un ragazzo bloccato dal clic di Stuart Franklin in piazza Tian An Men, 1989, prima dei carri armati.

Libertà per: per votare, come si è dipinto in fronte il ragazzo nero nella marcia antirazzista di Selma, nell’inquadratura di Bruce Davidson, 1965.

Libertà da leggere sui volti, essendo gli animi inaccessibili alla lente: quello con i baffi a manubrio di un pastore del Rajastan minacciato dall’urbanizzazione (Steve McCurry); quello di un bambino cileno seminascosto dai fili dei metaforicissimi palloncini che tiene in mano (David Alan Harvey, 1987).

Libertà nei luoghi: la vastità delle savane africane in cui George Rodger trovò pace dopo gli orrori fotografati nei campi di sterminio nazisti. Libertà negli oggetti simbolici, allusivi, nelle fotografie quasi astratte di Christina De Middel, di Harry Gruyaert, di Matt Black.

Nessuna di queste fotografie conquistò la libertà. Tutte assieme in qualche nodo …read more

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Giu 062018
 

By Michele Smargiassi

SelfiePiacenza

È impossibile non restare interdetti guardando questa immagine.

(ansa) foto di Giorgio Lambri per Libertà

Stazione ferroviaria di Piacenza. Incidente. Un treno travolge e maciulla una gamba a un’anziana donna. I soccorritori accorrono.

A pochi metri di distanza, sul binario tre, un ragazzino sui vent’anni vestito di bianco alza il cellulare e con quello che ormai è un gesto della contemporaneità si scatta un selfie assieme alla scena. Forse fa pure qualche gesto sconveniente a uso della fotocamera.

La cronaca puntuale di Giorgio Lambri, su Libertà, ci informa di quel che è accaduto dopo: il ragazzino bloccato dalla Polfer e costretto, non senza discussione, “è un mio diritto!,” a cancellare la foto dalla memoria del cellulare. Non gli accadrà altro: “non sembra si possano configurare reati”.

Penali, forse no. Ma la condanna morale è inevitabile, e ci arriva già confezionata assieme alla notizia. “Barbarie”. La sentenza di lugubre voyeurismo narcisista è inappellabile.

Certo, è difficile criticare la Polfer che, al di là del reato, tutela da uno sguardo invadente la condizione di una persona che soffre.

Ma si può dire altro? Sì, si può. Forse si deve, visto che questo non è altro che l’ultimo caso su cento, mille, milioni. Sulla scena degli attentati terroristici, degli incidenti stradali, sulle macerie dei terremoti, i selfie fioriscono. (Prima ancora, va detto, c’erano le fotoricordo: conosciamo pose con sorriso pavloviano sullo sfondo delle Twin Towers in fiamme).

Ci vorrebbe una speciale polizia dello sguardo con migliaia di agenti per evitarlo. Forse il problema va preso da un altro verso?

L’8 ottobre 1941 un fotografo di Manhattan con pelo sullo stomaco, chiamato Weegee, fotografò le facce incuriosite, sorridenti, perfino ilari di un gruppo di ragazzini di Brooklyn che guardavano il cadavere di un gangster locale appena freddato in un regolamento di conti. Col titolo Il loro primo omicidio trovate quella foto in musei coltissimi.

Il riso compulsivo di quei kids da strada era, è ovvio, l’infantile reazione di difesa da un disagio. I ragazzini non ne hanno molte. Oggi, la tecnologia gliene offre qualcuna di più. La fotocamera del cellulare, soprattutto.

Persino per i grandi fotografi la lente è uno schermo che attutisce l’orrore. Il selfie, in più, consente di essere lì, ma girando le spalle. Come quando guardiamo un horror movie coprendoci gli occhi con le mani, ma solo un po’, per vedere e non vedere.

Il selfie però gode di pessima fama. Per un luogo comune pigro, ma difficile da sfatare, è puro narcisismo, cosa già riprovevole in sé, figuriamoci se applicato a una tragedia.

Ma risolverla così è come non capire il riso esorcista e scaramantico dei ragazzini di Brooklyn. Entrambi, riso e selfie, dicono a sé e agli altri “io sono qui, ma non è successo a me”. Sollievo egoista? Certo. Umanamente spiegabile? Forse anche.

(afp)

(Se poi ci ricordiamo, e ringrazio Marco Pinna per avermelo ricordato, di quel selfie che Barack Obama si prese, allegrissimo, assieme al premier inglese Cameron e a quella danese Thorning-Schmidt, in un momento abbastanza sconveniente, ovvero durante i funerali di …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/06/06/non-lasciamoli-soli-con-i-loro-selfie/