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Apr 202018
 

By Michele Smargiassi

Rullini

Che faremo dopo l’orgia? Per rispondere alla vecchia battuta di Jean Baudrillard dovremmo essere certi che la caotica partouze tra fotografia d’autore e Web sia giunta alla fine, ma non è così.

Go digital! è più che mai l’imperativo. La cosiddetta rivoluzione digitale si è abbattuta sul territorio della fotografia d’arte lasciandolo dissestato come dopo un bombardamento a tappeto.

Sconvolti generi, gerarchie, ambiti, metri di giudizio. La pagina Instagram ufficiale di Steve McCurry, forse il fotografo vivente più popolare del pianeta, ha 2,3 milioni di follower, mica male vero?

Ma quella di Murad Osmann, e non fate finta di sapere chi è, ne ha 4,3 milioni (ve lo dico io, è uno che fotografa ossessivamente la schiena della sua fidanzata mentre lo trascina per mano tra paesaggi meravigliosamente post-prodotti).

Il fotografo italiano più apprezzato sul pianeta Instagram è un quarantenne di nome Simone Bramante, in arte Brahmino, 800 mila seguaci e un business che funziona assai.

Non serve a niente protestare che c’è differenza fra qualità e popolarità, perché sul Web non è così che funzionano le cose, almeno da quando non è più una gigantesca vetrina, ma una galattica cacofonica piazza dove tutti fanno tutto, e lo fanno contemporaneamente.

Dove è impossibile distinguere fra galleria d’arte, diario personale, spazio pubblicitario in affitto, giornale di bordo, bacheca di opinionista…

Verrebbe la tentazione di rispondere, parafrasando quel conservatore di Gioacchino Rossini, che sul Web c’è del nuovo e del buono, ma quel che è nuovo non è buono e quel che è buono non è nuovo.

Cioè potremmo affermare che grandi reporter con una vena creativa come David Guttenfelder o Michael Christopher Brown, tra i primi ad abbracciare la Rete e anche la iPhoneography, la fotografia fatta coi telefonini, sarebbero stati grandi ugualmente anche sulle pagine di carta.

Ma Rossini ha torto. La Rete ha davvero cambiato la fotografia, ha creato una nuova fotografia. La serie Geography of Poverty di Matt Black non sarebbe lo straordinario atlante socio-emotivo che è se non fosse apparso, giorno per giorno, su Instagram, seguito e commentato dai suoi destinatari mente nasceva.

E sono state le applicazioni di Instagram a permettere a una grande artista dell’era analogica, Cindy Sherman, di rivitalizzare la sua un po’ appannata vena di feroce indagatrice delle identità femminili.

Quel che manca forse è un po’ di distacco critico dal mezzo in cui siamo così immersi da non vederlo, come i pesci non vedono l’acqua.

Quell’arzillo genio che è David Hockney, che da qualche anno pasticcia con gran gusto con smartphone e tablet, avverte sornione che fra un secolo tutta la panoplia di fotografie sparse sulla Rete apparirà molto “in stile inizi XXI secolo” e irrimediabilmente datata.

I web-fotografi sembrano aver capito cosa Internet può fare per loro (per esempio aiutarli a vendere su mercati prima irraggiungibili) ma non cosa Internet fa di …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/04/20/fotografia-web-arte/

      

Apr 182018
 

By Michele Smargiassi

Siragusa2
Tutti i luoghi che abbiamo abitato, tutti i momenti che abbiamo vissuto ci assediano, chiedono di entrare – noi li guardiamo, li evochiamo uno ad uno – da dove? Dove è dovunque e in nessun luogo.
Giorgio Agamben
There are places I remember / All my life though some have changed / Some forever not for better / Some have gone and some remain.
John Lennon, Paul McCartney

Massimo Siragusa, Agnone Bagni (Siracusa), gennaio 2016. © Massimo Siragusa/Contrasto

Quanto ha ragione Paolo Di Stefano: I muri respirano, come gli uomini e le donne che hanno ospitato, e il loro respiro s’impregna del sapore di quei fiati. Ma chi, davvero, può assaporare l’alito dei muri?

Ho appena chiuso Respirano i muri, libro di grande, difficile e raro equilibrio tra parole e immagini (queste ultime sono le fotografie di Massimo Siragusa), con un senso di malinconica frustrazione.

Se devo rendere questo sentimento con una immagine, ecco, è come vedere un amico che mi chiama, dal balcone di fronte, mi saluta, mi tende la mano, sento tutta la sincerità e l’affetto che mi propone e mi chiede, tendo anche io la mano, siamo molto vicini, le dita arrivano a sfiorarsi, a lambirsi per qualche attimo… Ma non riusciamo a stringerci la mano.

Ma forse è questo, e non più di questo, è il massimo che un buon libro di memoria dei luoghi può fare, può dare. Il respiro dei luoghi che abbiamo abitato è la memoria più intima che abbiamo, forse ancor di più della memoria di un amore, perché le persone cambiano con noi e senza di noi, non sono oggetti.

Mentre i luoghi resteranno sempre e solo quello che erano per noi, e infatti quando torniamo a trovarli, e li troviamo cambiati, è un colpo al cuore, non i riconosciamo, li abiuriamo, torniamo a rifugiarci nelle immagini che ne abbiamo conservato. Spesso, dirò poi, quelle immagini sono fotografie.

Che cosa sia questo libro per chi lo ha scritto e fotografato, è molto chiaro. Arriva per molti il momento di cercare le nostre radici, le basi della nostra identità, nel grembo degli spazi che l’hanno partorita e cullata.

“Esplorare la casa, narrare la casa, è allora esplorare la vita, e accostarsi alla morte. Le case sono il luogo della verità”, trovo scritto.

Di Stefano non è il primo a raccontare le case in cui ha vissuto, le cose tra cui ha vissuto nella sua biografia familiare, che è una storia di progressive migrazioni dalla Sicilia al nord Italia alla Svizzera..

Siragusa non è il primo a mostrarci case cariche di altre storie. Esterni di case siciliane medio-borghesi che sembrano palinsesti architettonici da decifrare. Poi interni di case trovate, occupate, lasciate, perdute, ciascuna con la sua storia singolare narrata molto più dagli oggetti che le riempiono che dali ricordi di chi le abitò, messi in parole in lunghe didascalie.

Ma la qualità delle parole e delle immagini mi rende accessibile, gratificante seguire il loro itinerario, il loro viaggio, la loro ricerca.

Apr 162018
 

By Michele Smargiassi

Wpp2018Schemidt

Non vorrei discutere se lo scatto di Ronaldo Schemidt, che pochi giorni fa è stato proclamato foto dell’anno dal World Press Photo, meriti il premio. Per quel che mi riguarda, abolirei i premi di fotogiornalismo, tendo a pensare che condizionino troppo e a volte stravolgano i fondamenti di una professione già abbastanza in crisi.

Ronaldo Schemidt: José Víctor Salazar Balza (28) catches fire amid violent clashes with riot police during a protest against President Nicolás Maduro, in Caracas, Venezuela. © Ronaldo Schemidt

Non vorrei neppure discutere, come vedo sta già accadendo, della trita questione pseudo-etica riassunta nel giudizio “non doveva scattare foto, doveva aiutare quel poveretto”, la domanda ormai compulsiva di chi pensa che i fotogiornalisti dovrebbero andare sui luoghi delle tragedie per non fare il loro mestiere, che evidentemente reputano eticamente inutile.

(Per la cronaca, anche se il fotografo lo ha saputo solo nei giorni successivi, l’uomo della foto, di nome José Víctor Salazar Balza, è stato soccorso, come una foto di Fernando Llano per Ap Images documenta; è vivo, e se la caverà con i postumi di ustioni di primo e secondo grado).

Vorrei invece discutere le motivazioni di quel premio. Quelle esposte, come d’abitudine, dal presidente della giuria, quest’anno Magdalena Herrera, photo editor di Geo France. Ve la riporto nella versione in inglese dal sito Wpp per non travisare neanche una parola:

It’s a classical photo, but it has an instantaneous energy and dynamic. The colours, the movement, and it’s very well composed, it has strength. I got an instantaneous emotion.

In due righe un concentrato di filosofia del Wpp. Il succo di alcune ideologie ed estetiche del fotogiornalismo che, mia opinione, non fanno bene al fotogiornalismo. Vediamo punto per punto.

Cominciando quello forse meno rilevante ma curioso. “I colori”. Il Wpp premia i colori, dunque. Certo, fanno parte della “forza della composizione”. Mi torna in mente, ma non riesco a ricordarne l’autore, un consiglio da vecchia volpe della fotografia: “Se la tua foto ti sembra debole, mettici del rosso”.

Quindi, andiamo avanti.

“È una foto classica”. Eccome se lo è. L’uomo in fiamme è un topos del fotogiornalismo. Il Wpp riattizza un fuoco che sulle pagine dei giornali brucia da decenni. E viene premiato da decenni.

Malcom Browne: Thich Quang Duc, a Buddhist monk, burns himself to death on a Saigon street June 11, 1963 to protest alleged persecution of Buddhists by the South Vietnamese government. AP Photo/Malcolm Browne

Ha ben cinquantacinque anni la fotografia che mostra gli istanti in cui il monaco buddista Thích Quang Duc, l’11 giugno 1963 si diede fuoco in una strada di Saigon, davanti alla pagoda Xa Loi, per protestare contro le perseczioni religiose del regime sudvietnamita di Ngo Dinh Diem, cattolico integralista. Avvertito riservatamente, il fotografo dell’Ap Malcom Browne era presente, e la sua immagine di agghiacciante accuratezza vinse il Pulitzer.

Poco meno di trent’anni dopo, nel 1991, Greg Marinovich, uno …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/04/16/world-press-photo-ronaldo-schemidt-venezuela/

      

Apr 162018
 

By Michele Smargiassi

Wpp2018Schemidt

Non vorrei discutere se lo scatto di Ronaldo Schemidt, che pochi giorni fa è stato proclamato foto dell’anno dal World Press Photo, meriti il premio. Per quel che mi riguarda, abolirei i premi di fotogiornalismo, tendo a pensare che condizionino troppo e a volte stravolgano i fondamenti di una professione già abbastanza in crisi.

Ronaldo Schemidt: José Víctor Salazar Balza (28) catches fire amid violent clashes with riot police during a protest against President Nicolás Maduro, in Caracas, Venezuela. © Ronaldo Schemidt

Non vorrei neppure discutere, come vedo sta già accadendo, della trita questione pseudo-etica riassunta nel giudizio “non doveva scattare foto, doveva aiutare quel poveretto”, la domanda ormai compulsiva di chi pensa che i fotogiornalisti dovrebbero andare sui luoghi delle tragedie per non fare il loro mestiere, che evidentemente reputano eticamente inutile.

(Per la cronaca, anche se il fotografo lo ha saputo solo nei giorni successivi, l’uomo della foto, di nome José Víctor Salazar Balza, è stato soccorso, come una foto di Fernando Llano per Ap Images documenta; è vivo, e se la caverà con i postumi di ustioni di primo e secondo grado).

Vorrei invece discutere le motivazioni di quel premio. Quelle esposte, come d’abitudine, dal presidente della giuria, quest’anno Magdalena Herrera, photo editor di Geo France. Ve la riporto nella versione in inglese dal sito Wpp per non travisare neanche una parola:

It’s a classical photo, but it has an instantaneous energy and dynamic. The colours, the movement, and it’s very well composed, it has strength. I got an instantaneous emotion.

In due righe un concentrato di filosofia del Wpp. Il succo di alcune ideologie del fotogiornalismo che, mia opinione, fanno male al fotogiornalismo. Vediamo punto per punto.

Cominciando quello forse meno rilevante ma curioso. “I colori”. Il Wpp premia i colori, dunque. Certo, fanno parte della “forza della composizione”. Mi torna in mente, ma non riesco a ricordarne l’autore, un consiglio da vecchia volpe della fotografia: “Se la tua foto ti sembra debole, mettici del rosso”.

Quindi, andiamo avanti.

“È una foto classica”. Eccome se lo è. L’uomo in fiamme è un topos del fotogiornalismo. Il Wpp riattizza un fuoco che sulle pagine dei giornali brucia da decenni. E viene premiato da decenni.

Malcom Browne: Thich Quang Duc, a Buddhist monk, burns himself to death on a Saigon street June 11, 1963 to protest alleged persecution of Buddhists by the South Vietnamese government. AP Photo/Malcolm Browne

Ha ben cinquantacinque anni la fotografia che mostra gli istanti in cui il monaco buddista Thích Quang Duc, l’11 giugno 1963 si diede fuoco in una strada di Saigon, davanti alla pagoda Xa Loi, per protestare contro le perseczioni religiose del regime sudvietnamita di Ngo Dinh Diem, cattolico integralista. Avvertito riservatamente, il fotografo dell’Ap Malcom Browne era presente, e la sua immagine di agghiacciante accuratezza vinse il Pulitzer.

Poco meno di trent’anni dopo, nel 1991, Greg Marinovich, uno dei temerari fotografi …read more

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Apr 132018
 

By Michele Smargiassi

AlinariCalvino1

Se una notte d’inverno un viaggiatore del pensiero di nome Italo Calvino, accantonando il mazzo di tarocchi che ormai lo stava esasperando, avesse preso fra le mani, per rilassarsi, un vecchio album di fotografie Alinari, un capolavoro sarebbe ancora più capolavoro; e noi che amiamo le umili immagini replicanti avremmo forse, oggi, quel testo assoluto sul fotografico che inutilmente aspettiamo da quasi due secoli.

Ritratto di giovane donna, 1905 ca., Archivi Alinari, Firenze, g.c.

La stella. Carta 17 dei Tarocchi di Marsiglia, Nicolas Conver

Credo che anche molti di noi lettori innamorati di Calvino non sappiano che Il castello dei destini incrociati è un capolavoro incompiuto. Neppure io lo sapevo, fino a quando non mi sono imbattuto nella nota in cui lo scrittore raccontava la genesi di quell’esperimento di letteratura combinatoria e sin estetica, quel libro di parole dettate dalle immagini, di parole che inseguono e tradiscono le immagini.

Il libro in realtà è composto di due parti distinte, e scritte in momenti diversi: il Castello della prima parte diventa la Taverna della seconda. Ma la struttura è identica.

Per chi non la conosce, brevemente: un viaggiatore perduto in un bosco trova riparo in un castello/taverna, dove trova altri come lui, tutti ansiosi di raccontare le proprie avventure. Ma un sortilegio li rende muti.

Sennonché il castellano/oste mette sul tavolo un mazzo di tarocchi. E gli sconosciuti commensali iniziano a pescare dal mazzo una carta dopo l’altra, disponendole sul tavolo (per noi lettori, sul margine della pagina) in sequenze che, se ben interpretate, raccontano storie.

Quale meraviglioso meccanismo analitico e sperimentale sulle strutture narrative, quale appassionante laboratorio di comparazioni fra testo e immagine sia questo libro, non sta a questo blog spiegare.

Quel che mi spinge a scriverne, oltre all’occasione che svelerò fra poco, è appunto aver soperto che, nelle intenzioni di Calvino, il Castello dei destini incrociati avrebbe dovuto essere una trilogia. Se nella prima parte la sorgente della narrazione erano le figure dei tarocchi che gli aveva messo a disposizione l’editore Franco Maria Ricci, un mazzo miniato verso la metà del XV secolo da Bonifacio Bembo per i Visconti milanesi; se il mazzo della Taverna, prodotto a stampa a Marsiglia da Nicolas Conver, datava invece a metà Settecento; per la terza parte Calvino meditava di cambiare completamente genere iconografico.

Lasciamoglielo dire di persona:

Sentii il bisogno di creare un brusco contrasto ripetendo un’operazione analoga con materiale visuale moderno. Ma qual è l’equivalente contemporaneo dei tarocchi come rappresentazione dell’inconscio collettivo? Pensai ai fumetti: non a quelli comici ma a quelli drammatici, avventurosi, paurosi: gangsters, donne terrorizzate, astronavi, vamps, guerra aerea, scienziati pazzi. Pensai di affiancare alla Taverna e al Castello, entro una cornice analoga, il Motel dei destini incrociati. […] Non sono andato più in là della formulazione dell’idea così come l’ho esposta ora. Il mio interesse teorico ed espressivo per questo tipo d’esperimenti si è esaurito. È tempo (da ogni punto di vista) di passare ad altro.

Troppo presto, ahinoi. Ma comprensibile la rinuncia. Calvino lo lascia solo intendere, ma era finito in un vicolo cieco. Aver pensato …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/04/13/italo-calvino-castello-destini-incrociati-alinari-parigi-tarocchi/

      

Apr 112018
 

By Michele Smargiassi

Collegno

Primo ritaglio.

Mauro Vallinotto, Collegno, 1968. © Mauro Vallinotto

Un lettino di ferro con le sbarre bianche e un corpo nudo, quello di una bambina tra i sette e i dieci anni. Che è una femmina, si capisce solo dal taglio tra le gambe unite e tenute ferme da una cinghia di contenzione. Anche le braccia sono legate alle sponde con due strisce di tela e tutto il peso del corpo si regge sui gomiti. Dietro la schiena, un cuscino macchiato e sotto il sedere, una tela cerata. Nell’angolo in fondo a destra si intravede un materasso a righe. Poi c’è il buio.

Secondo ritaglio.

E allora, anche il capo reclinato della bambina, coi suoi capelli quasi rasati, diventava un pezzo di quella drammatica composizione che si completava con i piedi uniti e le caviglie strette da altre cinghie. Quale fosse la composizione era chiaro: una crocefissione. La testa piegata verso il petto, come il Cristo in croce; le braccia larghe, i piedi uniti. Al posto del legno, il ferro del letto, ammorbidito appena da un materasso, ma se il Cristo avesse avuto diritto a quel residuo di pietà che, con lo straccio, gli aveva coperto i lombi, la bambina era stata rappresentata nella sua più indifesa nudità.

Sono due descrizioni di una immagine attraverso parole. Sono due ekphrasis, direbbero i greci antichi. Sono due descrizioni della stessa fotografia. Apparse su due libri diversi, quasi contemporaneamente, quasi cinquant’anni dopo che quella fotografia vide la luce.

Il primo ritaglio viene da La prima verità, di Simona Vinci, uscito nel 2016. Il secondo da Quello che l’acqua nasconde di Alessandro Perissinotto, uscito pochi mesi dopo.

Nessuno dei due scrittori sembra aver saputo nulla del testo dell’altro. Nessuno dei due scrittori cita nel brano chi scattò quelle fotografie. Vinci ammette anche di non aver saputo nulla, a lungo, delle circostanze, del luogo, del contesto di quella foto.

Credo che Mauro Vallinotto, il fotografo che la scattò, reporter militante e oggi attento analista di immagini, non sia affatto irritato da questa sua eclisse di autore. È la prova che quell’immagine è diventata patrimonio della coscienza civile di un paese intero. Lo ricorderà da domani una mostra, al Castello di Rivalta, Torino.

È la prova che quella sua fotografia fu chiamata dalla storia a fare il suo lavoro. È la dimostrazione che esistono immagini necessarie, a cui un fotografo consapevolmente consente di esistere.

Fu pubblicata sul paginone centrale de L’Espresso, nel numero del 26 luglio 1970. Sotto il titolo dolorosamente sarcastico Ma è per il suo bene!

Il caso Villa Azzurra era scoppiato da alcuni mesi, parte di un crescente allarme per le condizioni dei ricoverati negli ospedali psichiatrici di Torino.

Vallinotto riuscì a entrare nel reparto B di quell’istituto, collegato al più noto Ospedale Psichiatrico di Collegno. Di quel giorno, oggi conserva

un ricordo che il tempo ha molto stemperato: era l’inizio di luglio, faceva molto caldo (ecco anche un motivo del perché …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/04/11/mauro-vallinotto-manicomi-basaglia-torino-villa-azzurra/