Mag 042018
 

By Michele Smargiassi

Calamandrei1

Le fotografie che hanno fatto la guerra, voglio dire quelle che l’hanno costruita, edificata nella testa dei popoli, non furono quelle degli scontri, dei morti, delle rovine.

Piero Calamandrei: Vallarsa, marzo 1916, soldati della milizia territoriale. © Fondazione Museo Storico del Trentino, Trento, g.c.

Furono banali ritratti di soldati. E c’era chi lo sapeva bene. Esattamente cent’anni fa, nell’aprile del 1918, un ufficiale italiano del XXIX Corpo d’Armata di stanza in val Lagarina (la cui identità svelerò fra un po’) dettava queste disposizioni:

I soldati più meritevoli dovrebbero essere ritratti in fotografia, qualora se ne mostrassero desiderosi. […] Le copie, almeno due per ogni fotografia, [dovrebbero essere inserite] in appositi cartoncini fregiati delle mostrine del Regg. e di qualche motto patriottico (per es. “ritratto di un soldato che fa il suo dovere in trincea”), una delle copie verrebbe consegnata al soldato, l’altra direttamente spedita alla famiglia.

L’ufficiale aveva notato, con un certo spirito d’osservazione psicologica, che nel torpore squallido e lercio della trincea solo un momento riusciva a sollevare il morale dei fantaccini infangati: l’arrivo della posta. Soprattutto se la posta portava con sé il gioiello, la perla di una fotografia.

Milioni di ritratti viaggiarono fra il fronte e le retrovie, per posta ma soprattutto nei tascapane dei soldati. I ritratti dei familiari rimasti a casa. I ritratti dei soldati al fronte. Questo scambio iconico, che si sarebbe tentati di assegnare alla sfera privata, sentimentale, fu invece un potentissimo, forse decisivo strumento politico e militare.

Le guerre moderne, le guerre della coscrizione di massa, da Napoleone fino a quasi tutto il Novecento, non sono combattute da lanzichenecchi pagati col soldo o con il saccheggio. E neppure da bifolchi ignoranti costretti solo dalla minaccia di morte.

Le guerre moderne esigono il consenso. Dei soldati che partono. Delle famiglie che restano. Questo consenso deve essere prodotto non dall’esercizio brutale della forza, ma da quei nuovi strumenti del potere che Michel Foucault riassunse sotto il termine di biopolitica: la costruzione di una soggettività consenziente attraverso la gestione ideologica dei corpi.

Questo fecero i ritratti fotografici dei soldati. Ce lo spiega con esemplare chiarezza Francesco Faeta, antropologo visuale, in un articolo su Rsf e in uno dei saggi di un volume spesso e denso di suggestioni, dedicato alla irrappresentabile eppure rappresentatissima Grande Guerra.

Nessuno obbligava il coscritto in partenza per il fronte a passare nello studio del fotografo di paese per quel ritratto che avrebbe potuto anche essere l’unico, o l’ultimo della sua vita: se non questa convinzione, diventata imperativa dopo un secolo di immagine fotografica, che fosse necessario lasciare una traccia visuale “fedele” di sé agli affetti da cui ci si doveva separare, una traccia che avesse il potere di tenere assieme le cose che venivano separate e diventavano lontane.

Ma nel ritratto che assolveva questa funzione non c’era solo questo doppio effetto di contiguità sciamanica, proprio della magia per somiglianza e per contatto. Nella sua …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/05/04/piero-calamandrei-grande-guerra-fotografo-prima-guerra-mondiale/

      

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