Mag 142018
 

By Michele Smargiassi

FontcubertaOsama5

Invidio tante cose a Joan Fontcuberta. L’ultima in ordine di tempo è il titolo del suo ultimo libro, La furia delle immagini (che suona pressoché identico, ma un po’ più colorito, nell’originale iberico La furia de las imàgenes).

Lo trovo eloquente, adeguato ai nostri tempi, molto più dell’espressione potere delle immagini che mi è cara.

Perché in effetti, è da un po’ che anche io sospetto questo, che le immagini siano furibonde.

Che siano furiose, e lo siano contro di noi che le abbiamo messe al mondo ma quasi sempre solo per usarle ma diffidando di loro, per sfruttarle ma senza mai prenderle sul serio, per tenerle al guinzaglio, ultimamente per deriderle.

Autore di memorabili beffardi “inganni del vero”, il catalano imprevedibile è uno che prende sul serio le immagini. Anche e soprattutto quelle impreviste e forse imprevedibili della cosiddetta “era digitale” (divertentissimo come Fontcuberta confessa la cantonata che prese quando gli chiesero cosa pensava dell’idea di incastonare una fotocamera in un telefono…).

La traduzione italiana di questo libro, che va riposto sullo stesso scaffale di L’immagine condivisa di André Gunthert, è un grande, indispensabile antidoto contro tutto quello che fa, giustamente, infuriare le immagini.

Purtroppo, dobbiamo ricorrere a medicinali di importazione, perché la nostra cultura fotografica nazionale sembra piuttosto stare dall’altra parte, quella della diffidenza, del sospetto, della damnatio temporis.

Finalmente uscito, un decennio fa, dalla discussione sterile, insulso ed essenzialista sulla referenzialità, ovvero sulla reazione “reale” della fotografia numerica con il mondo che rappresenta, il dibattito culturale sulla fotografia in Italia si è infilato nel tunnel non meno cieco dell’”eccesso di immagini”, infarcito di vecchiume estetico idealista e nutrito di millenariste ansie antitecnologiche.

Da entrambe, per fortuna, Fontcuberta è esente. Non tenterò di riassumere le strade che prende la sua analisi spaziando fra selfie, archivi digitali, telecamere di sorveglianza, scimmie fotografe, album di famiglia, specchi e voodoo.

Vado direttamente alla conclusone, alla morale, al messaggio, se volete. Il problema che abbiamo con le immagini, oggi, non è la loro proliferazione apparentemente travolgente, soffocante, intollerabile.

In fondo, “la postfotografia non è altro che la fotografia adattata alla nostra vita online”. Non si poteva dire meglio.

Una volta capito (ma quanto ci metteranno a capirlo tanti studiosi e perfino tanti fotografi?) che la infinita fluidità dell’immagine digitale ha trasferito la fotografia dall’area degli oggetti a quella dei linguaggi, il problema diventa quello che abbiamo con ogni linguaggio sociale: chi lo parla, a chi lo parla, perché lo parla, come lo parla, per dire cosa.

In altre parole, abbiamo davanti la “sfida della gestione politica” delle immagini.

FontcubertaOsama3Di quelle che ci sono. E di quelle che non ci sono. Perché Fontcuberta, quasi con sfrontatezza, ci avverte che dietro l’apparente saturazione dell’iconosfera ci sono ancora zone del mondo che non hanno immagine: e quasi sempre sono le zone che non vogliono farci vedere. Chi ha visto la fotografia del cadavere di Bin Laden? Perché quella foto non …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/05/14/joan-fontcuberta-la-furia-delle-immagini-fotografia/

      

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