Apr 132018
 

By Michele Smargiassi

AlinariCalvino1

Se una notte d’inverno un viaggiatore del pensiero di nome Italo Calvino, accantonando il mazzo di tarocchi che ormai lo stava esasperando, avesse preso fra le mani, per rilassarsi, un vecchio album di fotografie Alinari, un capolavoro sarebbe ancora più capolavoro; e noi che amiamo le umili immagini replicanti avremmo forse, oggi, quel testo assoluto sul fotografico che inutilmente aspettiamo da quasi due secoli.

Ritratto di giovane donna, 1905 ca., Archivi Alinari, Firenze, g.c.

La stella. Carta 17 dei Tarocchi di Marsiglia, Nicolas Conver

Credo che anche molti di noi lettori innamorati di Calvino non sappiano che Il castello dei destini incrociati è un capolavoro incompiuto. Neppure io lo sapevo, fino a quando non mi sono imbattuto nella nota in cui lo scrittore raccontava la genesi di quell’esperimento di letteratura combinatoria e sin estetica, quel libro di parole dettate dalle immagini, di parole che inseguono e tradiscono le immagini.

Il libro in realtà è composto di due parti distinte, e scritte in momenti diversi: il Castello della prima parte diventa la Taverna della seconda. Ma la struttura è identica.

Per chi non la conosce, brevemente: un viaggiatore perduto in un bosco trova riparo in un castello/taverna, dove trova altri come lui, tutti ansiosi di raccontare le proprie avventure. Ma un sortilegio li rende muti.

Sennonché il castellano/oste mette sul tavolo un mazzo di tarocchi. E gli sconosciuti commensali iniziano a pescare dal mazzo una carta dopo l’altra, disponendole sul tavolo (per noi lettori, sul margine della pagina) in sequenze che, se ben interpretate, raccontano storie.

Quale meraviglioso meccanismo analitico e sperimentale sulle strutture narrative, quale appassionante laboratorio di comparazioni fra testo e immagine sia questo libro, non sta a questo blog spiegare.

Quel che mi spinge a scriverne, oltre all’occasione che svelerò fra poco, è appunto aver soperto che, nelle intenzioni di Calvino, il Castello dei destini incrociati avrebbe dovuto essere una trilogia. Se nella prima parte la sorgente della narrazione erano le figure dei tarocchi che gli aveva messo a disposizione l’editore Franco Maria Ricci, un mazzo miniato verso la metà del XV secolo da Bonifacio Bembo per i Visconti milanesi; se il mazzo della Taverna, prodotto a stampa a Marsiglia da Nicolas Conver, datava invece a metà Settecento; per la terza parte Calvino meditava di cambiare completamente genere iconografico.

Lasciamoglielo dire di persona:

Sentii il bisogno di creare un brusco contrasto ripetendo un’operazione analoga con materiale visuale moderno. Ma qual è l’equivalente contemporaneo dei tarocchi come rappresentazione dell’inconscio collettivo? Pensai ai fumetti: non a quelli comici ma a quelli drammatici, avventurosi, paurosi: gangsters, donne terrorizzate, astronavi, vamps, guerra aerea, scienziati pazzi. Pensai di affiancare alla Taverna e al Castello, entro una cornice analoga, il Motel dei destini incrociati. […] Non sono andato più in là della formulazione dell’idea così come l’ho esposta ora. Il mio interesse teorico ed espressivo per questo tipo d’esperimenti si è esaurito. È tempo (da ogni punto di vista) di passare ad altro.

Troppo presto, ahinoi. Ma comprensibile la rinuncia. Calvino lo lascia solo intendere, ma era finito in un vicolo cieco. Aver pensato …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/04/13/italo-calvino-castello-destini-incrociati-alinari-parigi-tarocchi/

      

 Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.