Gen 142019
 

By Michele Smargiassi

Biagi1

Nei corridoi e nelle aule della Casa internazionale delle donne di Trieste le fotografie erano appese al muro, con le puntine, come gli abbecedari nelle aule delle elementari di una volta.

Elisa Biagi, Francesco Chiot, “Abbandonare”, da R come Relazione. © Elisa Biagi, Francesco Chiot, g.c.

Non erano un vezzo. Erano un riferimento. E alla fine, incredibilmente, hanno finito per assolvere la stessa funzione.

Due autori, una donna e un uomo (forse, mi disse scherzando ma non troppo, il primo maschio a essere “esposto” in quel luogo…): Elisa Biagi e Francesco Chiot.

Due sguardi che si confrontano-confondono attorno a sette parole. Eccole in ordine alfabetico: abbandonare, abbracciare, ascoltare, calpestare, emarginare, mostrare, supportare.

Sette verbi da donare alla fotografia, che di verbi è carente. Una sfida, quindi, alla relazione fra verbale e visuale: dare i verbi alla fotografia. Dire i verbi con la fotografia.

Elisa Biagi, Francesco Chiot, “Supportare”, da R come Relazione. © Elisa Biagi, Francesco Chiot, g.c.

Sette verbi non scelti a caso. Verbi della relazione umana. Nel bene e nel male, nell’incontro e nello scontro.

Quattro dittici per ogni verbo, ventotto dittici, cinquantasei immagini. Impaginate su un tabloid, dal titolo R come Relazione, di carta povera, da giornale. Pagine non cucite: separabili, ricomponibili – come le parole del discorso. Squadernate sulle parte. Fascicolate per chi volesse portarsene via una copia (ora, ovviamente, esaurite).

Non solo. I tabloid sono stati usati anche come materiale per laboratori sulla comunicazione. Dopo tutto, per scelta, la mostra era stata allestita in uno spazio vissuto, attivo, non nel cubo bianco di una sala mostre. Fra banchi, seggioline, cestini della carta straccia, lavagne.

Biagi4L’idea era, secondo Daria Tommasi della Casa delle donne, “mettere in luce la non univocità del linguaggio”, soprattutto quando il linguaggio serve a descrivere, ma anche a comunicare, a mettere in moto, quelle azioni umane che hanno a che fare con la vita sociale, relazionale.

Parole come abbracciare, o emarginare, suscitano aspettative, o timori: non solo, evocano inevitabilmente, in ciascuno di noi, immagini. Quelle legate a un’esperienza realmente vissuta. Gratificante o dolorosa. Qualcuno ci ha abbracciato. In un certo momento, in un certo luogo, qualcuno ci ha emarginato. Ce lo ricordiamo. Ci sembra di vederlo.

Le fotografie di Elisa e Francesco però non sono narrative. Sono evocative, allusive, metaforiche. A volte decifrarle sembra semplice.

Si può abbandonare uno straccio bagnato appeso a un chiodo. “mi sento uno straccio, mi ha abbandonato”…

Due finestre murate definiscono bene, in negativo, cosa sia ascoltare. “Niente, non mi ascoltava, aveva le orecchie murate”…

Biagi3

Elisa Biagi, Francesco Chiot, “Ascoltare”, da R come Relazione. © Elisa Biagi, Francesco Chiot, g.c.

Si può emarginare la bellezza di un mazzo di fiori, renderla irraggiungibile dietro un’inferriata. “Mi sento in gabbia”…

Ma in quale modo simbolico un declivio di terra riarsa visto dal finestrino dell’auto può supportare? La schiuma del mare sa abbracciare davvero uno scoglio?

La risonanza emotiva di una parola è diversa per ciascuno di noi. Le associazioni di idee, di immagini che una parola accende nel cinema privato del nostro cervello non sono prevedibili, …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2019/01/14/elisa-biagi-francesco-chiot-trieste-fotografia-abecedario-relazione/

      

 Leave a Reply

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

error: Content is protected !!