Lug 272018
 

By Michele Smargiassi

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Se il dio dell’anagrafe voleva fare un dispetto al dio dell’immagine, be’, c’è riuscito.

Vedere il codice. Da “Matrix” di Larry e Andy Wachowsk, 1999

Penso che dovrebbero essere davvero infime le probabilità statistiche che due grandi studiosi di cultura visuale si ritrovino ad essere pressoché omonimi. Eppure è accaduto.

Sto parlando di William J. Mitchell, australiano, docente al Mit, autore di The Reconfigured Eye. E di William J. T. Mitchell, americano, docente a Chicago, autore di Picture Theory e di un saggio che ho molto amato, What Do Pictures Want?

Confesso che questa omonimia quasi incredibile, tanto da confondere anche gli algoritmi di Google, all’inizio spiazzò anche me. E credo che siano molti, anche tra gli studiosi, a confondere tuttora i due.

Una ironia sapiente del caso: quasi ci volesse dire che spesso, nel mondo visuale, dietro le apparenti somiglianze ci sono enormi differenze.

Infatti, quella apparentemente insignificante T di differenza è grande come un baratro, come una vallata alpina fra due cime. Perché WJTM e WJM pensano cose non solo diverse ma incompatibili sulle novità dell’immagine contemporanea. E un saggio, ora leggibile in italiano, finalmente mette le cose in chiaro.

Parlo del testo “Realismo e immagine digitale” nel volume di WJTM, Scienza delle immagini.

Che si apre proprio con una citazione del suo quasi perfetto omonimo, WJM. E continua demolendola. Un match appassionante.

WJM è il teorico della crisi della fotografia nell’era digitale. Il sostenitore della tesi, molto in voga una quindicina d’anni fa, secondo la quale la trasformazione del codice analogico in codice numerico avrebbe spezzato una volta per tutte il legame fra l’immagine e il suo referente, per cui “le immagini non sono più garantite come verità visiva, e nemmeno come significanti di valori stabili”.

In parole povere: la fotografia digitale non è più la fotografia di nulla, non può dirci più nulla su quello che rappresenta, e forse non sa dirci più nulla su nulla, se non proporre la tautologica affermazione di essere un’immagine.

Ora, WJTM ha dedicato tutta la sua opera di studioso a costruire una “scienza delle immagini” che afferma l’opposto, ovvero che le immagini sono sempre immagini di qualcosa, anche se la loro relazione con quella cosa, e non certo solo da quando esiste il digitale, è problematica. (Per quel che conta e che può interessarvi, io sto con lui).

Quelle radicali affermazioni sulla “morte del referente”, per la verità, ultimamente si sono molto rarefatte. La teoria della crisi della relazione tra immagine e realtà è stata smentita più volte, clamorosamente nel caso delle fotografie (digitali) delle torture di Abu Ghraib, di cui nessuno ha messo in dubbio che fossero l’indizio pesante dei crimini che mostravano, salvo ovviamente la verifica, che c’è stata, e ha prodotto condanne giudiziarie estremamente reali, vorrei dire referenziali…

Ma io temo che quella scomunica del valore delle immagini nella loro relazione col mondo non sia stata accantonata. Temo si sia soltanto infilata sotto la pelle della cultura visuale contemporanea e lì continui a circolare e a intossicare ogni …read more

Source:: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2018/07/27/william-j-t-mitchell-fotografia-digitale-rferente-immagini/

      

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